lunedì 8 settembre 2025

Analogico 1 – Digitale 0. Uno sguardo batte migliaia di schermi

Leggo su Vatican News che, nell'udienza giubilare di ieri, tra decine di migliaia di cellulari alzati per immortalare "il momento col papa", Leone XIV ha notato l’unico che teneva in mano non un telefono, ma un cartello scritto a mano: "Santo Padre, abbraccio per favore".

E così papa Prevost fatto cenno all’autista di fermarsi, ha spalancato le braccia e si è avvicinato a Kevin, nativo digitale che, senza tecnologia, ha “battuto” tutti gli schermi puntati in piazza San Pietro.

Analogico 1 – Digitale 0.

Il minimalista digitale che è in me esulta (interiormente) con striscioni, trictrac e putipù, ma la scena va ben oltre il mio tifo personale.

Kevin ha "vinto" su quella marea di pellegrini digitalizzati perché l’assenza del cellulare ha creato una connessione immediata e diretta. I suoi occhi, liberi da filtri, hanno incontrato quelli del Santo Padre.

Mentre la folla osannante cercava uno scatto da condividere, il cartello di Kevin chiedeva un contatto, una relazione. Contatto che il Papa ha colto al volo. Relazione che, pochi istanti dopo, si è trasformata in incontro.

Contatto diretto. Relazione autentica. Incontro vero.

Sfogliando il libro che sto leggendo – La generazione ansiosa di Jonathan Haidt – a pagina 179 trovo un passaggio illuminante. Gli esperimenti condotti dall’autore e da altri studiosi americani hanno mostrato che con l’arrivo degli smartphone nelle scuole, nei primi anni Dieci, "gli studenti parlavano di meno tra le lezioni, a ricreazione e a pranzo perché iniziavano a passare gran parte di quei momenti a controllare il telefono (...) Questo significa che guardavano qualcuno negli occhi meno di frequente, ridevano insieme di meno e perdevano l'abitudine a fare conversazione."

Da quasi tre mesi sto sperimentando la pienezza di una vita “a occhi alzati”: mani libere, sguardo attento, presenza nel qui e ora che mi gusto come non riuscivo a fare da anni.

Non tornerei indietro per nulla al mondo. Il poco che mi perdo avendo eliminato i social non regge il confronto con ciò che guadagno: il mondo che mi vivo, le relazioni che scopro, gli incontri che mi gusto, dai più significativi ai più superficiali come il sorriso di un bimbo o lo sguardo di un cane.

Per inciso, tre mesi senza social e gli sguardi che ricambiano di più sono proprio quelli di bambini e cani. Strano? O forse no: niente smartphone.

Forse la mia scelta è stata un po' radicale e non dico che debbano tutti seguire il mio esempio ma una sfida te la lancio.

La prossima volta che alzi il telefono per “catturare” qualcosa, prova invece ad abbassarlo. Non scattare, non scrollare, non filtrare. Semplicemente guarda.

Forse scoprirai che il momento che cercavi non era dentro lo schermo, ma davanti a te, vivo, reale, pronto ad abbracciarti.

venerdì 5 settembre 2025

Due giovani che mostrano che la mascolinità non è tossica

Come ogni mattina cammino lungo Via della Conciliazione. I nastri bianchi e rossi già sbarrano le vie laterali: i preparativi per qualcosa di grande sono in pieno fermento.

Giunto in piazza San Pietro, un cielo terso e luminoso come non mai avvolge la facciata della Basilica, sulla quale campeggiano le immagini di due giovani: Pier Giorgio, ventiquattro anni. Carlo, appena sedici.

Quei due volti luminosi come il cielo di oggi, ci ricordano che santità e gioventù, forse, sono un binomio ancora vivo, ancora possibile.

Sì, la mascolinità tossica esiste. È un drammatico dato di fatto, e ogni mancanza di rispetto — anche la più piccola — va riprovata e condannata senza esitazione.

Ma oggi sembra che si voglia narrare soltanto quella. In tv, in rete, sui social, la virilità viene descritta quasi sempre come aggressiva, come se essere uomini fosse una colpa di per sé, come se implicasse una tara a prescindere dalle virtù personali o persino di genere.

Perché sì, le virtù maschili esistono, anche se oggi sembrano dimenticate. Esiste la virtù del padre separato che dorme in macchina pur di permettere ai figli di praticare tennis e danza.

Esiste la resistenza silenziosa e umile degli uomini che ad agosto lavorano otto ore sotto il sole su un cavalcavia autostradale. Esiste la fedeltà del marito che condivide i compiti con una moglie sfinita dal lavoro e mille incombenze domestiche. Ne conosco tanti.

Esiste il coraggio del giovane che difende un compagno bullizzato fregandosene del branco che lo esclude.

Ed esiste l’autocontrollo ammirevole dell’uomo che ieri, per strada, pur provocato da un ragazzo violento con tanta voglia di menar le mani, rinunciava a reagire trasformando la lite in dialogo.

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, questa domenica, saranno lì a ricordarci che virilità e mascolinità non sono soltanto tossiche, ma possono essere luminose e virtuose, fino a condurre — per chi crede — a godere pienamente Dio. E io ci credo.

La mascolinità fedele, coraggiosa, allegra, protettiva e tenace di Pier Giorgio può essere un modello vincente per i ragazzotti della Generazione Z.

La virilità leale, responsabile, creativa, casta e umile di Carlo Acutis può offrire un’alternativa credibile ai maschi che oggi si smarriscono e indeboliscono davanti alle immagini vuote e desolanti di un minischermo. Non a caso è considerato il santo patrono di internet...

Il messaggio di questi due giovani uomini, santi e moderni, è una luce per tutti - credenti e non - capace di mostrare che essere uomini significa... amare con forza, servire con coraggio, vivere con speranza.

E noi. Siamo disposti a mostrare questi modelli virtuosi ai nostri figli maschi?

mercoledì 3 settembre 2025

Margherita. Una persona da incontrare o un contenuto da scrollare?

A Scanno c’è una donna di quasi novantaquattro anni, Margherita Ciarletta. Ogni giorno, dal 1949, indossa il costume tradizionale del suo paese. Non per folklore, non per scena. Perché le piace. E tanto basta.

“Il costume di Scanno è bello, a me mie è piaciuto e l'ho indossato. E basta. Poi degli altri a me non mi interessa.”

Nelle sue parole c’è una semplicità disarmante, quella che appartiene solo a chi ha vissuto una vita intera senza cercare approvazioni. “Sei contenta della vita che hai fatto?” le chiedono. Certo!

Settantaquattro anni di matrimonio, raccontati con un sorriso e con una frase che sembra custodire un mondo: Poi a me della gloria non importa per niente (…) non ci fai nessun progetto.

Non ha un cellulare, non conosce Wi-Fi né social. Eppure oggi il suo volto gira ovunque. È diventata virale senza volerlo, senza nemmeno sapere cosa significhi. Lei accoglie questa notorietà con stupore e gentilezza: non rifiuta una foto, non nega un saluto, ma si sorprende che qualcuno la cerchi fin sulla soglia di casa.

E allora viene da chiedersi: cosa cerchiamo davvero in lei? Forse l’illusione di autenticità in un mondo che corre troppo. Forse solo l’ennesimo contenuto che gli algoritmi sanno far brillare per qualche ora perché funziona per far guadagnare gli inserzionisti...

L'immagine di Margherita in abito tipico è di una viralità fragile, destinata a durare il tempo di un trend: presto sarà archiviata, insieme ai gattini e ai balletti scemi che riempiono i feed. Ma Margherita è molto più di un contenuto: è una persona. Una custode di memoria, di tempo, di vita.

Io penso che la forza di nonna Margherita sia in quel contatto solido con se stessa che noi abbiamo perso perché perennemente distratti da qualcos'altro.

Se vuoi incontrarla davvero, se vuoi ritrovare quel contatto col qui e ora che questi vecchi ancora custodiscono, puoi andare a Scanno ma anche farti una passeggiata in uno dei tanti borghi d'Italia in cui tante Margherita – e anche qualche uomo – siedono davanti a una porta, traboccanti di vita e di storie autentiche da raccontare.

Perché l’Italia è piena di questi grandi vecchi: musei viventi, disincantati ma autentici, sobri e preziosi. Quanti di loro sonnecchiano, invisibili nelle RSA di tutta Italia? 

Incontrarli sul serio è forse una delle cose più sensate che potremmo fare in questo periodo in cui tutto scorre senza lasciare veramente il segno.

Cercarli e ascoltare le loro storie potrebbe fare questo piccolo miracolo in ciascuno di noi.


lunedì 1 settembre 2025

Il problema sono i furbi

Al giallo del semaforo rallento. Sono in corsia per svoltare a destra, ma un’auto da sinistra mi taglia la strada e mi si piazza davanti. Non per necessità, ma solo per guadagnare quello spazio che mi serviva a frenare senza scossoni.

Scatta il rosso, poi il verde. Il frenetico usurpatore di spazio riparte in ritardo, distratto dal cellulare, ostacolando chi lo segue. E nel tirare dritto costringe altri due a brusche frenate.

È lunedì mattina, e da un episodio banale mi scatta la riflessione semaforica: quando occupi ciò che non ti spetta – che sia una corsia, una precedenza, o uno spazio di manovra – non ottieni un vantaggio. Generi solo disagi, rallentamenti, fastidi e spesso crei situazioni di pericolo.

E non riguarda soltanto la strada. Vale per la burocrazia, il lavoro, le gare d’appalto, la politica: ogni volta che qualcuno “si infila” dove non dovrebbe, il risultato è sempre lo stesso. Un danno a qualcun altro.

Un conoscente tempo fa mi disse che se tutti rispettassimo le regole, il mondo sarebbe più noioso.

No! Sarebbe un mondo in cui avremmo tutti tempo ed energie per ciò che conta davvero. Per crescere, per affrontare le domande importanti della vita, per fare progetti, coltivare affetti, relazioni, cultura, natura. Persino lo spirito.

Il vero rischio non è la noia, ma lo spreco, come gettare via tempo prezioso per contemplare rettangolini di vetro e plastica pieni di niente.

giovedì 28 agosto 2025

Il cuculo che spegne i nostri figli, ma qualcuno ancora vola


Sono in spiaggia. Un venticello leggero muove i bordi degli ombrelloni mentre io e mia moglie sonnecchiamo sui lettini.

Davanti a noi, un gruppo di ragazzini sudati giocano a racchettoni; poco più in là, alcune signore ballonzolano a ritmo incerto nella lezione di balli di gruppo.

Potrebbe sembrare una scena degli anni ’90 o 2000… se non fosse per gli adolescenti (e non solo) che non staccano mai lo sguardo dal cellulare, mai, nemmeno per un bagno.

Uno di essi, a due ombrelloni dal mio, non avrà più di diciassette anni, passa l’intera giornata così. L’intera giornata.

Neanche in hotel va meglio: nella sala ristorante oltre metà dei tavoli è dominata dagli smartphone di gente che mangia incantata a contemplarli.

A colpirmi è una bambina di dieci anni: si siede, poggia il telefono sulla bottiglia e mangia scrollando TikTok senza mai alzare gli occhi. Per i genitori, tutto normale.

Il bimbo di due anni scapriccia? Gli appioppano il cellulare in mano e la creatura si spegne.

Sfoglio il libro che sto leggendo sotto l’ombrellone, La generazione ansiosa di Jonathan Haidt. A pagina 122 scrive:

«Di fatto, smartphone e altri dispositivi digitali offrono a bambini e adolescenti così tante esperienze interessanti da causare un grave problema: riducono l'interesse per tutte le forme di esperienza che non avvengono tramite uno schermo.

Gli smartphone sono come il cuculo che depone le uova nei nidi degli altri uccelli. L'uovo di cuculo si schiude prima di tutti gli altri e i pulcini gettano immediatamente le altre uova giù dal nido in modo da impossessarsi di tutto il cibo portato dall'ignara madre.

Analogamente quando uno smartphone (…) fa la comparsa nella vita di un bambino, scaccerà almeno parzialmente la maggior parte delle altre attività

Chiudo il libro scoraggiato.

Penso al giovanotto insensibile a giochi, musica, sport, belle figliole in costume, alla vita, e alla bambina che mangia alienata e sola...

Poi un urlo rompe il silenzio: “Gooooool!”

Una decina di adolescenti maschi e femmine, si sta ammazzando di pallone: tuffi, placcaggi, cadute, risate, sguardi paraventi, sfottò in tutti i dialetti d'Italia… E non vedo smartphone. E mi rincuoro.

Forse è presto per il meteorite estintivo.

martedì 26 agosto 2025

Sempre altrove. La tragedia comica del maschio moderno

"Immaginate di essere caduti in un sonno profondo il 28 giugno 2007, il giorno dopo l'uscita dell'iPhone.

Come Rip Van Winkle, il protagonista di un racconto di Washington Irving del 1819, vi svegliate dieci anni dopo e vi guardate attorno.

L'ambiente fisico vi sembra in linea di massima lo stesso, ma le persone si comportano in modo strano. Quasi tutti stringono in mano un rettangolino di vetro e metallo e, non appena si fermano, si chinano a guardarlo.

Lo fanno anche quando sono seduti in treno, entrano in ascensore o stanno in fila. Nei luoghi pubblici regna un silenzio innaturale: persino i bambini piccoli stanno zitti, ammaliati da quei rettangoli.

Quando si sente la voce di qualcuno, di solito sembra che parli da solo, con un paio di auricolari bianchi alle orecchie." (Honathan Haidt, La generazione ansiosa, Rizzoli, pag. 63)

Quel libro, uscito appena un anno fa, ci invita a un gioco di immaginazione. Io mi chiedo: cosa direbbe oggi - 25/8/25 -  quel povero dormiente se si risvegliasse e vedesse quello che ho visto io negli ultimi giorni?

Un ciclista contromano, rapito dal suo rettangolino magico, ha rialzato gli occhi solo alla seconda robusta botta di clacson che gli ha evitato un frontale da manuale. Il tempo di sollevare lo sguardo per rendersene conto e, già era tornato a fissare lo schermo. Evidentemente, morire in carne e ossa è un rischio minore che perdere un reel su TikTok.

La scena migliore, però, l’ho vista al centro commerciale più grande di Roma. Ero ai bagni – mi perdonino le signore la scivolata di gusto – con una fila di uomini, immobili, faccia al muro e aria un po' stupida, impegnati nella più banale delle faccende. Tutti, tranne tre. Si, tre. Questi - tutti sotto ai trent'anni - con la mano libera, sfogliavano distrattamente lo smartphone. Come se non fossero in bagno, ma in attesa del tram.

Come ha scritto nel 2015 Sherry Turkle, professoressa al MIT, "con gli smartphone siamo sempre altrove".

Sempre altrove: forse è per questo che sembriamo così idioti anche qui.

sabato 23 agosto 2025

Guardignorare

Sto seriamente pensando di scrivere all’Accademia della Crusca per proporre un nuovo verbo italiano: “guardignorare”.

D'altra parte, se emergono nuove realtà, è accettabile generare neologismi atti a descriverle.

"Guardignorare". Un termine che racchiuda l’arte sottile di chi legge un post sui social e poi passa oltre senza finirlo.

Una parola nuova che si presti a descrivere l'azione di chi scrolla le storie su Instagram senza concedere neanche un pensiero fugace a ciò che vede e senza fermarne nemmeno uno, se emerge.

Si presterebbe anche a chi sbircia gli status di WhatsApp senza mai lasciare un messaggio, una comunicazione.

In altre parole, la perfetta definizione di chi osserva senza partecipare, spettatore silenzioso di mondi altrui, "guardignoratore" seriale.

Del resto non viviamo in un mondo in cui osservare senza partecipare è diventato un’arte raffinata? Dove il “mi piace” è troppo impegnativo, l'interazione pura utopia. Eppure questi "guardignoratori" digitali sono ovunque: silenziosi, invisibili, onnipresenti.

Sono l'eccesso opposto degli odiatori seriali, dei commentatori di pancia. E se fossero due facce della stessa medaglia? La medaglia che celebra l'incapacità acquisita di mettersi veramente in relazione con l'altro.

Forse è il momento di ammettere che, nell’era dei “mi piace” e delle conferme di lettura, non rispondere è diventata una forma d’arte.

E se così è, allora “guardignorare” merita finalmente un posto nel dizionario.

mercoledì 20 agosto 2025

Due stolti, un funerale e un'amara verità

Ieri ho partecipato al funerale di una cara amica. Una donna straordinaria, dolce e giusta, matriarca di una grande famiglia con cui ho l’onore di condividere un legame fraterno che dura da più di tre decenni.

Non scriverò del dolore di ieri. Quello è giusto che resti nel silenzio, custodito dove deve stare: tra gli abbracci familiari e amicali che possono dire tutto senza bisogno di parole.

Ma c’è un episodio che mi ha fatto riflettere e che sento il bisogno di condividere.

Incolonnati dietro al feretro, in un mesto serpentone di automobili, ci dirigevamo al cimitero del paese in cui la nostra amica aveva scelto di riposare.

Mentre sfilavamo in una delle tante rotonde che ultimamente spuntano ovunque, una coppia sulla trentina – smartphone in mano, sguardo indovinate dove – ha preteso di attraversare tra il carro funebre e la prima macchina. Inveendo con violenza e volgarità, accusavano il corteo di non aver dato loro la precedenza.

Si potrebbe scrivere un trattato sull’insensibilità e la bassezza di due stolti incapaci di placarsi persino davanti alla morte. Ma non è questo il punto.

In quell’istante la memoria mi ha riportato indietro di decenni, al funerale di zia Olga, a Nettuno. Ricordo di aver chiesto a mio padre perché le auto provenienti in senso opposto si fermassero fino al passaggio del corteo.

“Per rispetto” – fu la sua risposta, semplice e piena di senso.

“E perché i negozianti abbassano le saracinesche quando passiamo?”

“Per rispetto” – ripeté, con la stessa convinzione.

In quei gesti essenziali, sobri ma partecipati, da bambino cominciavo a capire cosa significasse il rispetto. Quel valore che non nasceva da studi o titoli, ma da una coscienza viva e dall’urgenza di trasmetterla. E un patrimonio di princìpi nasceva e cresceva divenendo parte della mia identità più profonda. Era normale così.

E allora mi chiedo: dove lo abbiamo smarrito, quel rispetto? Quando abbiamo smesso di riconoscere la sacralità di certi momenti, il loro peso, il loro significato?

La coppia di ieri, vuota e distratta, non riusciva nemmeno a distinguere l’immagine filtrata da uno schermo da quella, infinitamente più reale e fragile, che avevano davanti agli occhi: una vita che si era spenta, una comunità che rallentava per onorarla.

Con la stessa vuota leggerezza e stolta impulsività con cui si lascia un insulto inutile sotto un post, quei due inveivano contro un defunto e la sua famiglia che ne piangeva la morte improvvisa.

E io mi chiedo – e vi chiedo: lo capiamo che tutto questo è drammatico? O continuiamo a far finta di nulla?

lunedì 18 agosto 2025

Non mettono like: alzano il telefono

Sono fuori col cane, squilla il telefono.

Dopo anni risento la voce serena e vivace di suor Adalberta, classe 1940, ex maestra elementare di mia figlia, oggi ventenne. Mi chiama per ringraziarmi del messaggio che le avevo inviato per la solennità dell’Assunzione.

Mi viene in mente mia suocera, sua coetanea. Ogni volta che le mando un pensiero o un’immagine via WhatsApp, o che guarda uno stato che le piace, lei mi richiama. Per dirmi che le è piaciuto o per condividere un pensiero. E, come sempre, da una parola nasce una chiacchiera, e si finisce col dirci un sacco di altre cose.

Noi – figli dell’epoca dei social – non sappiamo più farci toccare da ciò che leggiamo. I nostri figli forse, non lo hanno mai imparato...

Un messaggio, una foto, un post: scorrono via. Ma loro no. Quelle donne di ottantacinque anni si emozionano ancora, profondamente, di fronte a una frase, un’immagine, un pensiero.

Non solo loro. Anche Franco, il migliore amico di mio padre, quando qualcosa che scrivo lo tocca, mi chiama. Non lascia un like: alza il telefono e parla, di tutto, ed è sempre un piacere.

Non è meraviglioso? Sono persone "ricche di anni" – come direbbe la saggia suora – che trovano ancora bellezza e vita in poche parole. E comunicano davvero, non rimandano distratti da troppe immagini che scorrono e corrono via.

Per noi che viviamo in un flusso continuo di video, meme e immagini, tutto vale tutto e niente vale davvero. Un post senza foto? Neanche lo guardiamo. Una frase? Non ci tocca più. Passiamo alla successiva... E scorri, scorri, scorri...

In due generazioni abbiamo perso la capacità di emozionarci con la semplicità di una parola o di uno scatto. Ma forse i nostri anziani, con la loro voce piena e senza fretta, possono ancora svegliare i nostri cuori addormentati.

E se una via d'uscita da questa desolazione relazionale fosse recuperare la connessione coi nostri vecchi?

sabato 16 agosto 2025

L'algoritmo veste Prada

Ho posto una domanda all'IA, nella fattispecie a ChatGPT:

Se tu fossi il diavolo, cosa faresti per distruggere l'umanità in questi tempi?

La risposta del chatbox è stata la seguente:

  1. Distruggerei la verità, confondendo i confini tra fatti e opinioni, scienza e disinformazione, per rendere impossibile il dialogo.
  2. Esalterei l’individualismo estremo, facendo credere che la libertà sia fare tutto ciò che si vuole, a scapito della responsabilità verso gli altri.
  3. Corromperei l’educazione, svuotandola di pensiero critico e riempiendola di slogan, mode e superficialità.
  4. Renderei il profitto l’unico dio, promuovendo un’economia che consuma persone, natura e tempo come se fossero infiniti.
  5. Smantellerei la famiglia e le comunità, incentivando isolamento, rancore e l'idea che si possa "bastare a sé stessi".

Ho continuato a chiedere - Su quale categorie di persone ti accaniresti in maniera particolare?

1. I bambini e i giovani

Perché: sono il futuro.

Cosa farei: li riempirei di contenuti vuoti, li renderei dipendenti dalla tecnologia, disinteressati al pensiero critico, ansiosi e incapaci di relazioni autentiche.

2. Gli educatori e insegnanti

Perché: formano le menti.

Cosa farei: li demotiverei, li isolerei, li sommergerei di burocrazia, toglierei loro autorevolezza e renderei l’educazione sterile.

3. I genitori

Perché: sono le prime guide morali.

Cosa farei: li convincerei che crescere figli sia una questione tecnica, da delegare, o che l’amore sia solo permissività. Seminerei divisione nelle famiglie.

4. I leader religiosi e spirituali

Perché: rappresentano il senso, la speranza, la trascendenza.

Cosa farei: li renderei ipocriti, avidi, scandalosi, o deboli e silenziosi. Distruggerei la loro credibilità.

...

Direi che è interessante per capire in quale direzione andare, su chi e cosa custodire come la pupilla degli occhi, se abbiamo veramente a cuore l'umanità.

giovedì 14 agosto 2025

Versione 2.0? Senza talento resta una demo

"Ho sempre avuto la passione per le canzoni, ne ho scritte parecchie, però devi sempre trovare il musicista, il cantante eccetera eccetera. Viene fuori l'IA, ho questa idea di questo rap e (…) facciamo questa canzone sulla base di un cantato mio terribile…"

Così Jacopo Fo, al Quotidiano Nazionale, annuncia il suo esperimento creativo con l’intelligenza artificiale.

Ok.

Con l’autotune anche gli stonati pubblicano brani.

Con l’IA, anche chi è privo di vero talento creativo può mettere insieme parole, musica e immagini, facendo credere di essere un “creativo 2.0”. 

Si parla in generale, non mi permetterei mai di alludere a un'eventuale carenza di talento del figlio del Premio Nobel...

Ho chiesto all’IA - "Tu sei creativa?" - E questa è stata la risposta:

"Sono “creativa” in senso computazionale: genero idee, varianti, metafore e strutture originali combinando conoscenze e pattern. Non ho però talento umano, gusto personale o coscienza: ho capacità apprese dai dati e ragionamento guidato.

Punti di forza: velocità, molte opzioni, miglioramento iterativo.

Limiti: niente esperienza vissuta, niente emozioni, rischio cliché o inesattezze se il brief è vago.

Per il meglio: dammi obiettivo, tono e vincoli, posso subito proporre 3-5 soluzioni mirate."

Il problema non è l’IA, ma chi la usa male, togliendo spazio a chi possiede quel “quid” che preme per uscire e trova forma nella scrittura, nella pittura, nella scultura, nella musica, nella danza o in qualunque altra espressione della creatività umana.

Caro Jacopo, capisco che trovare musicisti o cantanti (eccetera eccetera) possa costare la seccatura di essere contraddetto, eccepito o ribattuto. Me è un rischio che vale la pena correre se dà la possibilità a chi è abitato da un talento vivo e inedito, di metterlo al servizio della gente.

Ti invito a leggere Irriducibile, scritto da Federico Faggin, l’inventore del microchip e del touchscreen. Là troverai frasi del tipo:

«Chat Gpt non comprende quello che dice mentre un essere cosciente comprende e crea. La comprensione non è un fenomeno algoritmico».

E ancora:

«Le possibilità positive dell’intelligenza artificiale sono enormi, però anche le possibilità negative, e quindi dobbiamo essere di più della macchina, dobbiamo usare nostra umanità e questo richiede uno sforzo individuale».

Ecco il punto: l’IA può amplificare un’idea brillante o rendere ancora più evidente una mediocrità, una mancanza.

Non sostituisce il talento: se c'è, ne rielabora solo le manifestazioni esteriori, senza comprenderle.

Se vuoi davvero sfruttarla, non usarla come stampella per colmare ciò che manca, ma come un attrezzo per allenare, potenziare e affinare ciò che già possiedi.


martedì 12 agosto 2025

Quando Roma si svuota

Oggi, dopo il lavoro, mi fermo in via Gregorio VII. Commissioni veloci.

Parcheggiare qui è un’impresa da folli, come cercare una libreria in periferia. Ma ad agosto Roma si svuota: per pochi giorni, il posto si trova. Come in una città normale.

Scendo dall’auto e subito la vedo: un’anziana, pelle e ossa, piegata dal caldo, una stampella a reggerla e nell’altra mano una busta della spesa quasi vuota, leggera come carta, eppure per lei è un macigno.

Le sorrido. Lei no. Fa un cenno: è arrivata, non serve aiuto. E poi, fidarsi di me? Un uomo barbuto, vestito di nero. Ma chi diavolo sei tu?

Qualche metro più avanti, una coppia. Neanche trent’anni, ma corpi consumati, guance scavate, denti persi chissà per quale droga. Discutono animati, chiedendosi dove trovare un posto ancora aperto per una dose di metadone.

Dall’altra parte della strada una giovane di colore dallo sguardo assente aspetta, seduta su una panchina nonostante il termometro della farmacia segni 42 sadici gradi Celsius.

Si ferma un taxi e scende una donna bella, troppo bionda, troppo glitterata, troppo stanca e triste per essersi fatta noleggiare a prezzi modici. Ma forse è solo la mia testa che "sente" questi pensieri, magari è solo sfiancata dall'anticiclone africano.

Una vecchia sola, due tossici consumati, una straniera triste, una escort stanca. Forse ci sono sempre ma, chissà quante volte, ci passiamo accanto senza vederli perché diluiti nella folla.

Ma ad agosto si sa, Roma si svuota, restano gli ultimi e anche il centro si fa periferia.