Mi siedo sotto a una colonna di piazza San Pietro come ogni mattina per riordinare le idee prima del lavoro.
Un turista — probabilmente slavo — mi chiede in inglese come fare per visitare la cupola. Gli spiego che, dopo la fila per entrare in basilica, troverà sul sagrato una biglietteria dedicata. Continuiamo parlando di come arrivare poi ai Musei Vaticani, di dove mangiare bene in un posto in cui andrei anch'io con la famiglia, e mi rincuoro pensando che l'inglese che una volta parlavo benino, resiste discretamente a due anni di scarsa pratica e a un'età in cui si cominciano a dimenticare le parole che non si usano più.
Mentre lo slavo anglofono si dirige verso la fila, dal flusso di pellegrini, che alle sette è già intenso, si stacca un uomo che viene a sedersi sotto la colonna accanto alla mia. Poggia lo zaino, tira fuori una mappa cartacea e questo basta ad attirare la mia attenzione da digital detoxer.
Dopo una manciata di minuti mi chiama e mi chiede come fare per arrivare a piedi a Ponte Milvio.
"E' una bella passeggiata, ma basta fare via della Conciliazione. Una volta arrivato al Tevere passare oltre percorrendo ponte Vittorio Emanuele II e poi costeggiare il fiume fino a ponte Milvio."
"Via della Conciliazione è questo...corso principale?…" - chiede con un leggero accento che a me suona pugliese, chissà.
"Si - rispondo - questo grande viale che parte dalla piazza.
L'uomo ringrazia e poi, con un cenno di imbarazzo, continua: "Ehm, in realtà dovrei... Arrivare a Monterotondo."
"A Monterotondo... A piedi? E' più di una bella passeggiata, saranno trenta, trentacinque chilometri…"
"Ventinove e mezzo a dire la verità ma... - gettando definitivamente la maschera social correct ammette: "Effettivamente devo arrivare ad Assisi. Parto proprio ora e da qui per un pellegrinaggio a piedi!"
"Forte! Allora buon cammino!"
"Anche a te. Prega per me."
"Volentieri, anche tu per me." Una vigorosa stretta di mano e la giornata è cominciata.
Non una parola di più.
Noi uomini, forse, siamo essenziali quando comunichiamo. Oppure abbiamo semplicemente imparato a dire le cose importanti senza aver bisogno di molte parole.
So però che questa conversazione la ricorderò. Perché in meno di cinque minuti, sotto una colonna di piazza San Pietro, ho conosciuto un pellegrino diretto ad Assisi e, senza quasi accorgercene, ci siamo regalati una promessa reciproca di preghiera.
Mi sono ritrovato così con un intercessore che non conosco, che probabilmente non rivedrò mai e che, da qualche parte lungo la strada, porterà con sé anche il mio nome.
A dire il vero nemmeno il nome ci siamo detti, ma poco sarebbe cambiato in quel contesto.
E ancora una volta ho avuto la conferma di una cosa semplice: quando si smette, almeno per un po', di avere il cellulare in mano e si alza lo sguardo, può capitare di incontrare persone interessanti. E, qualche volta, di avere con loro dialoghi significativi.
Quello di stamattina è durato pochissimo.
Ma certe conversazioni non si misurano in minuti.
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