giovedì 6 agosto 2026

Quell'algoritmo antico

Stamattina ero in fila al bar. Davanti a me, due donne sulla quarantina chiacchieravano amichevolmente del più e del meno. Quando è arrivato il mio turno, ho pagato e mi sono avvicinato al bancone.

Il barista mi ha chiesto se prendevo il solito caffè macchiato. Gli ho fatto cenno che, prima di me, c'erano le due signore, che però continuavano a parlare fitto fitto come due adorabili macchinette.

Dopo un paio di vani tentativi di inserirmi nella conversazione per dire che toccava a loro, capivo che l'intensa nuvola di informazioni che si scambiavano a getto continuo mi rendeva praticamente invisibile.

Nel frattempo, il barista, con un'occhiata complice, aveva già preparato e apparecchiato il mio buon caffè fumante.

Una volta sedute al tavolino accanto al mio, le due amiche hanno ripreso senza interruzione le loro allegre confidenze. E il mio cervello maschile, che da una parte le trovava deliziose, dopo qualche minuto iniziava già ad avvertire i primi segni di stanchezza.

Conversare è uno dei piaceri più belli e appaganti della vita, e anch'io amo indugiare in questa piacevole abitudine. Ma la rapidità e l'intensità con cui riescono a farlo le donne, per quanto incantevoli, mi risultano spesso inafferrabili, pur continuando ogni volta a sorprendermi.

Come la videochiamata di quasi tre ore in cui mia figlia ventenne ha ciuciottato allegramente con una sua amica ieri sera trattanto probabilmente la quantità di argomenti che io in genere distribuisco nell'arco di in una settimana.

Altro che Gemini, Claude o ChatGPT, il vero modello multimodale sono loro, l'algoritmo più antico dell'umanità. E, chissà… Forse saranno proprio le donne, con quei superpoteri relazionali che noi uomini possiamo solo ammirare, a salvarci dai rischi di un'intelligenza artificiale sempre più invasiva.

Io, quando devo risolvere un problema, soprattutto relazionale, faccio una cosa molto semplice: lo "butto là" a moglie e figlia. Bastano pochi minuti di quella che a me sembra una tempesta tropicale di parole, per riuscire quasi sempre a pescare, da quel flusso di informazioni ad alta intensità, una risposta sorprendentemente sensata e profondamente umana.

E allora mi domando se non sarebbe utile, anche nelle aziende e nelle organizzazioni, affidare i problemi complessi a un gruppo di donne e concedere loro mezz'ora di libera conversazione.

Alla fine si potrebbe chiamare un uomo - dandogli così la vana illusione di decidere qualcosa - per scegliere una possibile risposta, quella che le donne avevano già capito mezz'ora prima.

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