mercoledì 10 dicembre 2025

Segnaposti sonori in cerca di senso

Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi. Sembrano nomi di protagonisti di una saga fantasy.

Alcuni di essi sono arrivati alle mie orecchie di minimalista digitale attempato, apprendendo la notizia dei cantanti scelti da Carlo Conti per il prossimo festival di Sanremo.

In effetti sono colleghi dei più famosi Rkomi, Bresh, e del notissimo (ahimè) Fedez e, forse, funzionano proprio per lo stesso motivo per cui funzionerebbero in una saga fantasy.

Non indicano età, genere, provenienza geografica. Sono etichette di un'entità astratta, nomi dal suono alieno. Non vogliono sembrare reali e sembrano progettati per esprimere un personaggio più che una persona.

Non so, e non pretendo di spiegare se dietro a questi nomi ci sia la creatività di chi vuole esprimere qualcosa di nuovo, il giovane dall'animo celato che in qualche modo si protegge, o se si tratti di mero marketing discografico.

Ma osservo e ciò che noto sono artisti che vogliono sembrare altro, non appartenere a un luogo, a un tempo, ma che finiscono per creare una micro famiglia di nomi artistici italiani che funzionano come nomi fantasy.

Nomi che sembrano universali ma che alla fine funzionano come segni tribali. “Si chiamano tutti allo stesso modo” - commentavo giorni fa con mia moglie - ma forse siamo noi a non possedere il dizionario simbolico necessario per distinguerli.

Sembrano delle rune, segni simbolici che però facciamo fatica a leggere. Una runa non racconta una storia, non spiega un’origine, non descrive una persona: segna una presenza. Dice “c’è qualcosa qui”, non “ecco chi è”.

Forse è proprio la nostra generazione ad aver consegnato alla loro, tempi poco leggibili, ad averli irresponsabilmente buttati in un mondo digitale che crea più ansia che senso di libertà. Un mondo in cui vale tutto e puoi essere tutto e il contrario di tutto. E alla fine non sai più che sei. Chissà...

E allora, forse, Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi, non sono grida di originalità ma dei segnaposti che dicono - sono qua ma non so ancora cosa significhi esserlo. Sono qua ma non so chi sono.

E la colpa è anche un po' nostra.

giovedì 4 dicembre 2025

Oltre lo schermo: piccoli gesti di libertà tra bit e penne

Si è cominciato coi calcoli, ricordo quando abbiamo smesso di farli a penna per usare una calcolatrice. Erano gli anni ottanta ma mi sembra ieri quando la maestra Eleonora prediceva che avremmo perso certe competenze.

A differenza delle maestre di oggi, Eleonora (classe 1929) non era laureata ma, a dispetto di una scuola magistrale solo quadriennale, trasmetteva la passione per la letteratura, il piacere della scrittura e insegnava persino a calcolare le radici quadrate a mano.

Poi è arrivata la videoscrittura, pratica, efficiente, e nei decenni intere generazioni hanno perso il piacere di sentire l'inchiostro che scorre sulla carta e il pensiero che rallenta e si riordina, una parola dietro l'altra.

L'archiviazione su disco, poi la musica su device digitali, e poi le foto, i documenti, i video. Abbiamo trasferito tutto su computer, poi tutto online. È il progresso, che permette oggi di fare molte più cose in tempi così ridotti che nemmeno il più fecondo scrittore di fantascienza sarebbe riuscito a immaginare a quei tempi.

Negli anni si è formato un sistema digitale globale mastodontico,  che ha inglobato intrattenimento, commercio, comunicazione, transazioni bancarie, la sanità (si pensi alle ricette digitali) la burocrazia e il lavoro.

Tutto passa ormai per questa metastruttura digitale, persino le sigarette, quasi sostituite dallo svapo elettronico, ci mostrano come ogni gesto umano venga assorbito, reinterpretato e “filtrato” da questa realtà che ridisegna il mondo fisico.

La dinamica è sempre la stessa: un oggetto o un’azione analogica → viene digitalizzata → poi integrata → poi controllata → poi diventa dipendente dall' ecosistema digitale.

Che a sua volta è dipendente da un'unica base materiale: l'elettricità.

Il nuovo mondo non è senza materia: è fatto di server, data center, batterie, antenne, cavi sotto l’oceano, centrali elettriche.

Una dipendenza molto più rigida e centralizzata rispetto agli strumenti analogici del passato. Un libro, una chiave, una mappa, un orologio, un diario funzionavano senza elettricità. La loro “esistenza” era autonoma. Libera?

Oggi la memoria vive nel cloud, le chiavi sono codici digitali, le mappe sono applicazioni, l'accesso a servizi anagrafici e bancari passa per la rete, e anche le relazioni…

Penso poi alle competenze perse negli anni: fare calcoli a mano, scrivere, ricordare un indirizzo, memorizzare un percorso, archiviare, riparare, ricordare, pianificare a mente stare concentrati su attività prolungate. Competenze diffuse, piccole ma vitali, che garantivano una certa autosufficienza quotidiana.

Dove sono finite? Online anch'esse?

La mia fantasia da vecchio lettore di fantascienza immagina un blackout globale...

Basterebbero pochi minuti per spegnere memorie, identità digitali, pagamenti, comunicazioni, mappe, servizi, logistica, accessi. E, senza le competenze che abbiamo perso dando per scontato che un dispositivo se ne occupasse al posto nostro, saremmo fritti.

Persi, bloccati.

Forse non sono che un boomer nostalgico di carta e penna, un minimalista digitale entusiasta dalla fantasia fervida, che ogni tanto immagina una crisi finanziaria, o geopolitica, o una guerra che dai confini slavi di un'Europa che percepiamo lontana arrivi fino a noi…

Ma si, sono esercizi mentali e poetici nati da una fantasia troppo fervida. Però, per stare tranquillo — e per non dimenticare che un tempo sapevo fare le cose anche senza uno schermo — ho deciso di ricominciare a fare, dove posso, le versioni analogiche delle attività che il digitale ha inglobato.

E allora scrivo a mano. L'agenda, i libri, l'indirizzario, sono cartacei. Memorizzo un indirizzo e il percorso che devo fare per arrivare a destinazione.

Se non posso fare altrimenti, uso la rete e i device dei nostri tempi, non rifiuto il presente, ma intanto mantengo quel po' di autonomia, quella scorta di competenze che non hanno bisogno né di batterie né di Wi-Fi.

martedì 2 dicembre 2025

Come ti monetizzo la rabbia

Leggo con interesse che l’Oxford University Press ha scelto come parola dell’anno rage bait.

Si tratta – spiega la casa editrice dell’Università di Oxford – di tecniche manipolative usate per aumentare l’interazione online. La loro diffusione è esplosa: l’uso dell’espressione è triplicato in soli dodici mesi.

Quando nasce un nuovo termine, vale sempre la pena capirlo: spesso rivela fenomeni che ci riguardano molto più di quanto pensiamo.

Gli algoritmi – o meglio, le aziende che li programmano e decidono cosa vedremo nei social e perfino nelle ricerche online – utilizzano il rage bait per sfruttare la nostra emotività e trasformarla in visibilità, clic, profitto.

Come funziona?

  • Titoli e frasi volutamente provocatorie che amplificano il senso di ingiustizia.
  • Notizie reali distorte o esagerate per farci arrabbiare.
  • Opinioni polarizzanti spacciate per verità indiscutibili.
  • Temi sensibili (politica, identità, morale, attualità) scelti a posta per farci reagire d’istinto.

E chi ci casca?

Praticamente tutti. Soprattutto chi scorre veloce, senza riflettere. Magari non commentiamo indignati, ma clicchiamo. E quel clic basta: il meccanismo ingrana e la piattaforma incassa.

A voi non fa sentire un po' manipolati? Non siete un prodotto. La vostra rabbia non dovrebbe essere monetizzabile, ma lo è al punto che la cosa ha generato una nuova parola.

Non ho una soluzione definitiva al problema. Ma so che la mia reazione può diventare il primo vero argine.

Come?

  1. Mi fermo un secondo, attendo, prima di cliccare.
  2. Controllo la fonte: chi vuole la mia attenzione?
  3. Non commento a caldo. Mai.
  4. Scelgo solo informazioni di qualità. Se un sito usa il rage bait, lo elimino dal mio mondo digitale. Per sempre e senza complessi.

E se non basta?

Forse non tutti saranno d’accordo, ma il minimalismo digitale radicale funziona davvero: niente social, niente commenti, telefono essenziale, Internet solo da PC, quando e come decido io.

Risultato? Tempo ritrovato. Mente più libera. Zero manipolazioni.

Non serve credermi.

Basta provare.

domenica 30 novembre 2025

Tra Masini e Numa Pompilio, la mia sfida con l'anagrafe

Sento sempre più spesso frasi del tipo - L'età è un fatto anagrafico… E' quella che ti senti… - Vallo a dire a gomiti e ginocchia che quanto a rughe non mentono. Spiegalo a dolori articolari e alla barba bianca, o a quel nome che ti resta appeso sulla punta della lingua come Willy il Coyote che non cade nel burrone perché si acchiappa con le dita dei piedi ai bordi del dirupo.

Eppure la testa si sente giovane, una giovane mente attonita che guarda allo specchio un corpo che invecchia ed esclama - Ma com'è successo? Perché nessuno mi ha avvertito che sarei diventato una via di mezzo tra Masini e mio zio?

Meno male che Masini è un figo e che mio zio non era niente male neppure verso gli ottant'anni. Ma come far convivere questi due estremi?

Come trovare la quadra tra il ragazzo che in macchina canta a squarciagola e l'uomo che, come Numa Pompilio di Gigi Proietti né I sette re di Roma intona: "si faccio le scale ce arivo sfiatato, si provo a piegamme rimano piegato…"?

Non lo so ma trovo carino che entrambi cantino.

Poi vado a confessarmi da don Decio, prete e carissimo amico che, al termine della confessione, tra saluti e saggi consigli mi dice: "Sei un giovane la cui faccia ispira fiducia."

Se don Decio guarda un uomo alla soglia dei cinquantasei anni e vede un giovane, allora forse la verità sta proprio lì: non nell’anagrafe, non nel fisico che scrocchia e sbianca, ma nel fatto che — nonostante tutto — continuo a cantare anch’io.

O forse nel fatto che don Decio ha 85 anni...😉

venerdì 28 novembre 2025

Nel cuore di Roma, un cantiere che cela un mistero

Dopo i supermercati che già dai primi di novembre traboccano di pandori e panettoni, e dopo le luminarie di chi si è portato avanti col lavoro, anche piazza San Pietro si prepara al Natale.

L’alberone bolzanino, ventisette metri di imponenza ancora intatta, svetta fiero accanto all’obelisco egizio. È così pieno e imponente che sembra non aver bisogno delle decorazioni che presto lo appesantiranno, quando gli operai vaticani si arrampicheranno su per la lunga scala dei vigili del fuoco.

Il presepe, per ora celato dietro una sorta di paraventi, lascia intravvedere soltanto una grande cupola di legno dipinta con un cielo stellato, circondata da altre cupolette più piccole. Non si riesce a scorgere altro ma già crea una certa aspettativa.

Voluto o no, si percepisce chiaramente che sotto quelle cupole verrà rappresentato un mistero grande: il fatto che ha diviso la storia a metà, prima e dopo di Lui. E io non vedo l’ora che venga svelata quella che sarà, inevitabilmente, la natività più fotografata del mondo, non per coglierne gli scatti migliori, ma per gustarmela senza filtri tecnologici e, forse, condividerne le impressioni e le riflessioni.

Nel frattempo un gruppetto di suore trotterella compatto - un po' come questi miei pensieri mattutini - per via della Conciliazione. Sembrano tenute insieme da un'energia invisibile ma tenace che le avvolge e rende felici.

E così, in questo cantiere che non si limita a costruire una scenografia ma a rappresentare qualcosa di vero e in quelle suore come guidate da un accordo spontaneo che le rende leggere e serene, mi pare di intravvedere il segno silenzioso di un Qualcuno di cui le luminarie e i panettoni precoci dei supermercati non sanno più parlare.

lunedì 24 novembre 2025

Il prezzo nascosto dell'infanzia digitale: la verità che non vogliamo guardare in faccia

La Società Italiana di Pediatria, dopo ricerche approfondite sulle dipendenze digitali, ha presentato il 19 novembre un quadro allarmante sulla salute dei nostri figli.

I rischi individuati dal team della S.I.P. — composto da pediatri, psicologi, esperti dei media e rappresentanti istituzionali — sono stati condensati in una lista che dovrebbe farci sobbalzare:

I rischi più gravi evidenziati:

  • Solo due ore di schermo al giorno aumentano del 67% il rischio di obesità: un dato devastante a mio avviso.
  • Gli smartphone alterano aree cerebrali in pieno sviluppo, frenando le capacità cognitive e compromettendo l’apprendimento.
  • Insonnia, sonno disturbato, ritmi stravolti, recupero compromesso.
  • Ansia, depressione e perdita di autostima in aumento esponenziale: una fragilità diffusa che sta diventando un’emergenza silenziosa.
  • Dipendenza digitale cronica in almeno il 20% dei giovani: un quinto dei ragazzi non riesce più a staccarsi dal dispositivo.
  • Problemi alla vista sempre più gravi: affaticamento oculare, miopia precoce e persino forme di presbiopia giovanile.
  • Cyberbullismo già dai 10 anni: violenza psicologica che cresce nel buio degli schermi.
  • Esposizione alla pornografia in età sempre più giovane, collegata a comportamenti sessuali rischiosi e distorti.

La soluzione non arriva da guru improvvisati o da blogger contenti della libertà ritrovata grazie al minimalismo digitale come il sottoscritto. 

E' la Società Italiana di Pediatria, la massima autorità scientifica in materia che propone raccomandazioni chiare, ferme e, a mio avviso, non negoziabili:

Eccole:

  1. Nessun accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni: troppi i contenuti tossici e inadatti.
  2. Rimandare lo smartphone personale almeno fino ai 13 anni: per evitare danni allo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale.
  3. Posticipare il più possibile l’ingresso sui social media: anche se legalmente consentito, non è psicologicamente sicuro.
  4. Bandire i dispositivi durante i pasti e prima di dormire: momenti essenziali di connessione familiare e rispetto del bisogno del giusto riposo.
  5. Favorire attività all’aperto, sport, lettura e gioco libero: tutto ciò che nutre corpo, mente e immaginazione.
  6. Mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti, a ogni età e in ogni fase della crescita.

Dopo aver esposto i nostri figli a rischi che minano corpo, mente ed emozioni, non possiamo più permetterci esitazioni: è il momento di agire con autocritica e coraggio, cambiare rotta con decisioni drastiche e dimostrare che la loro sicurezza vale più di qualsiasi comodità digitale.

E magari partendo da noi stessi col buon esempio.

sabato 22 novembre 2025

L'appuntamento

Ornella Vanoni, la grande artista che tutti ricordano per il suo talento poliedrico, capace di declinarsi in mille forme diverse, sempre avvolte da un’eleganza innata che la rendeva irresistibile — almeno per me — è arrivata al suo appuntamento più importante. L'Appuntamento. Quello con la A maiuscola.

I social la stanno già rendendo un'immagine, un'icona, talvolta una macchietta che sfrutta la sua spontaneità per acchiappare click, ma essendo sceso dalla giostra dei social, fortunatamente mi resta solo il ricordo di un'artista così poliedrica che non si può ridurre a un reel o a un breve video da spolliciare in fretta.

La sua è stata una vita interessante: relazioni, amori, passioni, contraddizioni, e quegli ultimi anni vissuti dicendo la sua senza complessi e con pochissimi filtri. Ma forse non tutti sanno che, a un certo punto della sua lunga carriera, Ornella ha dedicato un intero album a Gesù.

Era il 2007, e su una copertina che la ritrae in una foto scattata dal padre, con un sorriso insolito, sobrio, più suggerito che mostrato, scrive la sua dedica: «a Gesù con tutto il cuore, noi due sappiamo perché».

Non era un capriccio né una parentesi folkloristica, tantomeno un espediente per farsi pubblicità: non ne ha mai avuto bisogno.

In un mondo dello spettacolo che impone maschere sempre nuove, lei invece se le toglieva, una per una, mostrandosi in tutta la sua autenticità.

Chissà se quell’incontro è diventato una relazione che l’ha accompagnata fino al giorno più importante; me lo sono chiesto. Forse ho il diritto di pormi la domanda ma non quello di pretendere una risposta. Questa appartiene al mistero della sua relazione con Dio. Lei — e Gesù — sanno perché.

Mi piace però immaginarla felice e libera, capace finalmente di assaporare quella relazione che le ha tolto ogni maschera, lasciandole soltanto la leggerezza e la pace di essere quella sé stessa che soprattutto gli ultimi anni mostrava con tanta franchezza. E sale una preghiera anche per lei. Dio sa...

giovedì 20 novembre 2025

Ciò che l'addio mi ha rivelato

La morte delle Gemelle Kessler ha riacceso un dibattito che in realtà non si è mai sopito. Non riesco a non pensare a queste due donne, il cui talento ha attraversato tre generazioni, che sono spirate nella solitudine delle loro case, gemelle, come loro.

Ultimo atto di libertà o gesto disperato di due donne sole? In rete si urlano certezze e anatemi a cui non mi accoderò essendomi sottratto da tempo alla logica internettara che polarizza ed estremizza tutto.

Riflettendo però, mi accorgo che in certi argomenti, non è solo una questione di norme o scelte individuali: è qualcosa che tocca il cuore stesso di ciò che siamo. Pur rispettando profondamente chi arriva a conclusioni diverse, sento il bisogno di spiegare perché, dentro di me, permane una resistenza sincera verso queste pratiche che oggi vengono descritte come atti di libertà.

La vita, per come la percepisco, non è semplicemente un bene tra gli altri: è un valore assoluto, una realtà che non sento davvero “disponibile”, neppure quando diventa fragile o ferita. C’è come una scintilla indomabile che attraversa ogni esistenza, qualcosa che non appartiene pienamente neanche a noi stessi, e che proprio per questo chiede di essere custodita con cura e rispetto.

E proprio per questo temo una soluzione che, pur mossa dal desiderio di alleviare quel dolore, finisca col tagliare il filo di una storia che potrebbe ancora portare significati inattesi

La sofferenza, lo so, può diventare un peso che sembra insopportabile. Non parlo come uno che si è documentato solo su libri e articoli di settore, ma come un figlio che ha accompagnato prima una madre e poi un padre, al momento che arriverà per tutti.  Ci sono passato.

Come non ricordare, tra i tanti, i momenti intensi vissuti con mio padre quando, avendo accolto la morte con una fede autentica e accettato le cure palliative che gli hanno permesso di attraversarla senza dolore, mi ha insegnato che morire non è un atto disperato, ma un atto di abbandono a una Presenza tanto più grande di noi. Quei giorni e quelle ore mi hanno mostrato come la fine della vita possa essere persino un luogo di senso, e senso pieno, non solo di dolorosa perdita.

Una società che apre la strada alla morte procurata rischia di assuefarsi a un gesto definitivo, e di investire sempre meno nell’accompagnare, nel lenire, nel restare accanto con amore a chi attraversa la notte più buia.

E poi, anche se non tutti potranno essere d'accordo, rimane in me una tenue intuizione: che il cammino dell’esistenza non sia un corridoio che finisce nel vuoto, ma un passaggio che conduce oltre, verso qualcosa che sfugge ai nostri ragionamenti. Questa intuizione, anzi no, questa fede discreta ma ostinata, mi invita a non spegnere anticipatamente ciò che potrebbe avere ancora un senso più grande di quanto possiamo comprendere nel momento della prova.

Non giudico chi la pensa diversamente; so che spesso è la compassione ad animare quelle posizioni. Ma proprio perché la sofferenza è un grido che merita risposte profonde, credo che la via più umana sia quella di restare presenti, di non lasciare soli, di custodire la vita sempre, dall'inizio alla fine. Perché ogni vita, anche nella fragilità, rimane un mistero che merita di essere abbracciato fino in fondo.

E forse, alla fine, è proprio questo mistero che custodisco più gelosamente: la certezza che anche l’ultimo tratto della vita possa essere abitato da una presenza che non viene da noi, ma che ci trascende e ci sostiene.

Ho visto coi miei occhi che, quando ci si affida con semplicità e fiducia a Dio — anche solo con un filo di voce o con un desiderio inesprimibile — la morte smette di essere un baratro e diventa un passaggio, un ritorno, un ingresso in qualcosa di più grande e più luminoso.

La fede non elimina il dolore, ma lo avvolge; non cancella la sofferenza, ma la trasfigura. E in quell’abbandono, che è l’ultimo atto possibile dell’amore umano, può nascere una bellezza inattesa: la pace di chi sente di non essere solo, la certezza silenziosa che la vita non finisce dove i nostri occhi si fermano.

Ed è questa speranza — più che ogni timore — a orientare il mio sguardo: la speranza che l’ultimo respiro non sia una conclusione disperata, ma l’inizio di un incontro.

martedì 18 novembre 2025

Un'allucinazione consensuale

William Gibson è uno scrittore di racconti di fantascienza. Se pensate al film Johnny Mnemonic del 1995 con un inquietante quanto bravo Keanu Reeves, ebbene, è stato tratto da un suo romanzo.

Gibson nel lontano 1984 diede una definizione di cyberspazio: "un’allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da miliardi di operatori, una rappresentazione grafica dei dati astratti dai computer di tutto il mondo". In questo modo lo definiva nel suo Neuromancer.

All'epoca sembrava frutto della scrittura creativa di un autore con vagonate di talento e fantasia, ma se penso a oggi, ne sento tutta la portata profetica, che fosse voluta o meno.

"Un’allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da miliardi di operatori". Eccoci!

Per anni anch’io ne sono stato parte, immerso fino al collo in quel mare di pixel e notifiche, scambiando il flusso incessante di informazioni per vita vera, confondendo connessione con presenza, illudendomi di comunicare quando mi isolavo sempre più.

Era come respirare un’aria artificiale, che faceva sentire la mente viva ma in scacco, senza che me ne accorgessi.

Poi ho scommesso sul minimalismo digitale. Primo step: via le app di social dal cellulare. Secondo: via tutti i social per sempre.

È come se mi fossi risvegliato da un sogno collettivo. Ora che ne sono fuori, percepisco con nitidezza quanto fosse profonda quell’allucinazione, quanto poco spazio lasciasse alla vera esperienza del tempo. E quanto portasse all'isolamento.

Ho scoperto che la libertà non è avere accesso a tutto, ma saper dire di no; non è essere connessi sempre, ma scegliere quando, come e se esserlo.

E ho ritrovato il tempo per riflettere, pensare, leggere, scrivere, e sì, persino pregare — un atto che richiede attenzione, lentezza e presenza, tutte qualità da cui il rumore digitale ti distrae.

E quando osservo chi ancora vive immerso in quella “allucinazione consensuale”, sento un misto di compassione e malinconia: non un senso di superiorità, ma la consapevolezza di chi sa cosa significhi essere prigioniero e aver trovato la via d’uscita.

Non sono contro la tecnologia. Sarebbe come essere contro i coltelli o le automobili: strumenti potenti, indispensabili, ma che devono restare sotto controllo.

Credo piuttosto che la tecnologia vada regolata, addomesticata, riportata al suo posto — al nostro servizio, non al contrario. Perché solo quando la macchina torna strumento, e non idolo, l’uomo può davvero dirsi libero.

se provassi anche tu a uscire da quell'allucinazione per un'ora? Un giorno? La realtà non manda notifiche. Sta solo aspettando che tu la viva.

sabato 15 novembre 2025

"Difendete la lentezza quando serve!"

Il  Santo Padre ha appena ricevuto il mondo del cinema e, nel suo discorso – come sempre chiaro e illuminante – mi hanno colpito due passaggi particolarmente significativi per ciò che, in genere, cerco di condividere in questo piccolo blog.

"Oggi, viviamo con gli schermi digitali sempre accesi. Il flusso delle informazioni è costante. Ma il cinema è molto più di un semplice schermo: è un crocevia di desideri, memorie e interrogazioni. È una ricerca sensibile dove la luce perfora il buio e la parola incontra il silenzio."

Come non condividere ciò che ha detto? Nell’epoca degli schermi onnipresenti, in cui le informazioni scorrono veloci e spesso superficiali, il Papa ricorda che il cinema nasce invece da un incrocio di sguardi e profondità: è il luogo in cui la parola non teme di incontrare il silenzio.

Quel silenzio che oggi, presi dall’abitudine a tenere tutto “acceso”, non trova quasi mai spazio e tempo per emergere.

Aggiunge poi il Pontefice: "La logica dell’algoritmo tende a ripetere ciò che “funziona”, ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto dev’essere immediato o prevedibile: difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla, la differenza quando provoca."

Gli algoritmi ripetono; l’arte immagina.

Gli algoritmi fanno scorrere veloce ciò che è già stato detto; l’arte rivela lentamente ciò che non è ancora stato pronunciato.

Gli algoritmi ci rovesciano addosso un rumore che soffoca il silenzio; l’arte, invece, chiede il nostro silenzio, perché è lì che trova la voce per parlare.

"Difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla" – dice il Papa. Perché sa che è proprio lì, nella calma e nell’ascolto profondo, che avviene l’atto creativo. E quando c’è creatività, oso aggiungere io, lì c’è anche Dio: una presenza discreta che si lascia intuire più che afferrare.

E in fondo, se non sbaglio, ce lo promette Lui stesso:

“Resta sveglio e, se necessario, sii silenzioso, e il Signore ti illuminerà.” (Siracide 6,34)

venerdì 14 novembre 2025

Il vinile, per arrivare davvero

Oggi mi colpisce un articolo su Fabrizio Moro, il cantautore romano.

Mi dispiace ammettere che, nonostante le comuni origini e l’appartenere più o meno alla stessa generazione, non l’ho mai seguito, c'è davvero troppa offerta in rete e spesso certi artisti, magari con vagonate di talento, non arrivano.

Ma ancora mi risuona dentro - dopo sette anni dall'esordio -  quel grido vibrante contro il terrorismo e contro tutto ciò che vuole intimidire, in coppia con Ermal Meta: Non mi avete fatto niente.

E quando un’opera ti resta dentro vuol dire che l’artista, in un modo o nell’altro, ha fatto centro.

Secondo me lo ha fatto di nuovo, seguendo il suo cuore e i suoi tempi, scegliendo di pubblicare in un modo che non si assoggetta ai ritmi forsennati di un sistema musicale che vomita troppe canzoni.

Troppa musica veloce, usa e getta, oltretutto selezionata da filtri e algoritmi che decidono chi va avanti e chi resta indietro.

E Moro decide coraggiosamente di pubblicare solo su supporto fisico: CD, vinile e vinile green numerato. Una sorta di cantautore minimalista. Bravo!

A chi gli muove delle critiche mi sento di dire che no, non è affatto un boomer che non riesce ad adattarsi ai tempi che cambiano: è uno che i tempi ha imparato a guardarli in faccia, senza farsene travolgere.

È un uomo che sceglie la via più difficile — quella della coerenza — e che rivendica, nel gesto dedicato di pubblicare un LP, il diritto di dare peso, spazio e valore alla propria opera, a costo di arrivare a pochi. Ma a quei pochi arrivi davvero.

In un’epoca che corre e scorre senza guardare indietro, lui (così come pochi altri) rallenta, respira, incide e non solo il microsolco su di un trentatré giri. Non per nostalgia, ma per coerenza.

Viva il minimalismo, anche in musica: perché a volte il silenzio tra due note vale più di mille uscite a raffica destinate a essere scrollate senza toccare il cuore.

giovedì 13 novembre 2025

Gentile perché forte: la lezione di papà

Leggo che oggi è la #GiornataMondialeDellaGentilezza, una virtù che sembra diventare sempre più rara.

Forse anche per questo si discute sull’idea di una legge che promuova la gentilezza nelle scuole e nella pubblica amministrazione. Un’iniziativa lodevole, a mio avviso. È giusto riportare questo tema al centro delle discussioni quotidiane.

Ma è altrettanto vero che, quando si sente il bisogno di una legge per colmare la mancanza di gesti e atteggiamenti che dovrebbero essere trasmessi in famiglia, qualcosa è andato terribilmente storto.

Il pensiero vola quasi automaticamente a mio padre, uomo gentile e ironico.

Quante volte, sin da bambino l’ho visto rispondere con ironia a battute aggressive, con intelligenza e calma agli attacchi. E quasi sempre — salvo rare eccezioni — riusciva a portare l’interlocutore più ruvido e scontroso al suo livello: quello della gentilezza e del buon umore.

Quando ci riesco sono così fiero di assomigliargli un po', ma devo ancora crescere molto in questo senso...

In ogni caso, papà era così: gentile e ironico, profondo senza perdere la sua proverbiale leggerezza, cordiale sempre. Perché? Perché era forte.

Nei quarantadue anni — troppo pochi, se devo dirlo — in cui ho avuto la fortuna di godermelo, non l’ho mai sentito alzare la voce con mia madre, né con nessuna donna.

L’ho visto arrabbiarsi solo due volte - due! - con piena ragione, e comunque senza mai perdere il controllo.

E forse è proprio questo il punto: la gentilezza non si insegna per decreto, si trasmette con l’esempio, giorno dopo giorno.

Si impara in casa, osservando gesti semplici, parole misurate, sorrisi  e battute assestate bene, che sanno disinnescare la rabbia.

Si impara da chi è forte abbastanza da scegliere la calma invece dell’urlo, il rispetto invece della prepotenza.

Bene quindi che facciano una legge che imponga a scuole e pubblica amministrazione di promuovere la gentilezza ma, è nel piccolo mondo delle relazioni familiari, che si formano gli uomini e le donne capaci di portare gentilezza nel lavoro, nella scuola, nella vita pubblica.

Perché la vera forza non è farsi temere, ma farsi ascoltare con rispetto. E la gentilezza — quella autentica, vissuta — resta il segno più chiaro di chi ha ricevuto amore ed è capace di donarlo.