Leggo con interesse che l’Oxford University Press ha scelto come parola dell’anno rage bait.
Si tratta – spiega la casa editrice dell’Università di Oxford – di tecniche manipolative usate per aumentare l’interazione online. La loro diffusione è esplosa: l’uso dell’espressione è triplicato in soli dodici mesi.
Quando nasce un nuovo termine, vale sempre la pena capirlo: spesso rivela fenomeni che ci riguardano molto più di quanto pensiamo.
Gli algoritmi – o meglio, le aziende che li programmano e decidono cosa vedremo nei social e perfino nelle ricerche online – utilizzano il rage bait per sfruttare la nostra emotività e trasformarla in visibilità, clic, profitto.
Come funziona?
- Titoli e frasi volutamente provocatorie che amplificano il senso di ingiustizia.
- Notizie reali distorte o esagerate per farci arrabbiare.
- Opinioni polarizzanti spacciate per verità indiscutibili.
- Temi sensibili (politica, identità, morale, attualità) scelti a posta per farci reagire d’istinto.
E chi ci casca?
Praticamente tutti. Soprattutto chi scorre veloce, senza riflettere. Magari non commentiamo indignati, ma clicchiamo. E quel clic basta: il meccanismo ingrana e la piattaforma incassa.
A voi non fa sentire un po' manipolati? Non siete un prodotto. La vostra rabbia non dovrebbe essere monetizzabile, ma lo è al punto che la cosa ha generato una nuova parola.
Non ho una soluzione definitiva al problema. Ma so che la mia reazione può diventare il primo vero argine.
Come?
- Mi fermo un secondo, attendo, prima di cliccare.
- Controllo la fonte: chi vuole la mia attenzione?
- Non commento a caldo. Mai.
- Scelgo solo informazioni di qualità. Se un sito usa il rage bait, lo elimino dal mio mondo digitale. Per sempre e senza complessi.
E se non basta?
Forse non tutti saranno d’accordo, ma il minimalismo digitale radicale funziona davvero: niente social, niente commenti, telefono essenziale, Internet solo da PC, quando e come decido io.
Risultato? Tempo ritrovato. Mente più libera. Zero manipolazioni.
Non serve credermi.
Basta provare.
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