martedì 11 novembre 2025

Otto Retter, un angolo di storia calpestato dai pellegrini

Quasi ogni mattina, dopo il caffè, entro nella Basilica di Santo Spirito in Sassia per un momento di raccoglimento. Qualche volta incontro un sacerdote tanto anziano quanto saggio, da cui mi confesso con estremo piacere.

Non potendo restare fino alla fine della Messa - devo poi recarmi al lavoro - finisco sempre per appartarmi in un angolino vicino all'uscita.

Solo oggi mi sono accorto che, proprio in quell’angolino, calpestata da fedeli, pellegrini e turisti, c’è una lapide che recita testualmente:

"IOH OTTO RETTER NATUS VIENNA XXIV AUG MDCC OBIIT XII MARTII MDCCXXII REQUIESCAT IN PACE"

Le reminiscenze del mio latino maccheronico imbastito alla meglio quando studiavo legge, mi consentono di intuirne il senso:

Giovanni Otto Retter, nato a Vienna il 24 agosto 1700, morì il 12 marzo 1722. Riposi in pace.

1700... 1722... Fatti due conti, la mia immaginazione scalpitante ha subito cominciato a chiedersi cosa ci facesse un giovane austriaco dell’età più o meno di mia figlia in questa città.

Forse Otto Retter, giovane nobile e studente, era a Roma per visitare le antichità, imparare l’italiano o studiare arte e teologia. Una specie di Erasmus ante litteram. Una malattia improvvisa — malaria, tifo o una semplice influenza— lo ha stroncato lontano da casa, e il destino ha voluto che fosse sepolto in quel luogo sacro.

E se fosse stato un pellegrino austriaco? Il complesso di Santo Spirito in Sassia è uno dei più antichi ospedali d’Europa, fondato nel Medioevo per accogliere i pellegrini e i viandanti di lingua tedesca. Johannes Otto Retter potrebbe essere un giovane devoto ammalatosi a Roma che è stato curato ed è spirato santamente proprio lì.

O magari era uno scavezzacollo che, dopo qualche scorribanda nei peggiori postriboli romani, per una malattia venerea curata invano nell’ospedale per tedeschi, è spirato tra le braccia di una suora tedesca che lo affidava con fede alla misericordia di Dio.

Forse era un po' di tutte queste storie che mi spuntano su l'una dietro l'altra come i pop up dei siti degli anni novanta.

Non ho idea di chi fosse davvero Otto Retter, ma a 22 anni lui era già un uomo: viaggiava da Vienna a Roma, si confrontava con il mondo, si perdeva tra arte, fede e antichità, e affrontava la fragilità della vita con una determinazione che oggi fatichiamo persino a immaginare.

Noi, a ventidue anni, siamo ancora ragazzini: incerti sul mondo, timidi di fronte alla vita, persi a scrollare schermi e a inseguire illusioni digitali.

La lapide di Otto, consumata dai passi distratti dei pellegrini, ci ricorda che la giovinezza e il valore di un uomo non si misurano in giorni e men che meno in like, ma nella capacità di affrontare il mondo con coraggio, passione e un senso di urgenza che non si vedono quasi più

domenica 9 novembre 2025

Ciò che non ci diciamo più

Più mi guardo intorno, più noto un fenomeno che mi inquieta: la gente non si parla più.

Ci si scrive, ci si manda link, video virali – rigorosamente brevi. Si scrolla per ore, si condivide qualcosa ogni tanto, e nei casi migliori si invia un messaggio.

Ma parlare, davvero, di persona — quella sembra essere diventata un’arte in disuso.

Questa non è una convinzione, ma una percezione che si fa ogni giorno più nitida. Ogni volta che mi trovo in un contesto sociale, la sensazione si riaffaccia, sempre uguale.

Qualunque sia il gruppo in cui mi trovo, avverto una comunicazione di superficie, di facciata. Come se ciò che conta davvero fosse costantemente rimandato. O forse già detto, da qualche altra parte. Online, magari.

Non ho dati né grafici per provarlo, ma questa sensazione è reale. Non mi abbandona mai. Anzi, cresce.

È come quando ti presentano a un gruppo di amici di vecchia data o a una famiglia: si parla, sì, ma intuisci - cosa che in quei contesti è naturale - che le cose che contano verranno dette dopo, altrove, in uno spazio più intimo.

Lo smartphone, da utile strumento di comunicazione, è diventato l’unico.

E così aumentano i non detti — “Tanto poi glielo spiego con un vocale” — e si evitano i confronti — “Gli mando un link, un DM, un meme”… - E ci si sente a posto così.

Questa sensazione mi accompagna anche quando torno al paesello, un meraviglioso borgo dell'Alto Molise. Anche lì sembra essersi spenta quella vitalità da piazza: le chiacchiere sul calcio, le liti politiche, i pettegolezzi. Parlano ancora? Forse sì, ma online. E quando ci torno mi sento sempre più un estraneo, tollerato, ma non accolto come una volta.

Mi chiedo allora: è solo la modernità che ha spostato il luogo del confronto, o abbiamo perso — in mezza generazione — un’abilità acquisita in secoli di umanità?

Non ho risposte, solo domande. E quella sensazioncella latente di solitudine che s’insinua, silenziosa, in ogni occasione sociale che vivo.

Basta poco — una battuta, uno sguardo, una risata — e la magia si riaccende

È la magia del parlarsi davvero, vis-à-vis, quando la voce fa vibrare lo spazio che ci unisce e le parole, per un istante, diventano carne, respiro, prossimità.

Quanti di noi accetteranno la sfida di riprenderci questo spazio vivo che la rete sta spegnendo?

venerdì 7 novembre 2025

Un gabbiano, una donna e una malinconica assenza

Mi è sempre piaciuto osservare. Mi incuriosisce tutto, mi attrae tutto — anche ciò che agli altri sembra insignificante.

Come il cucciolo di gabbiano che stamattina mi zampettava intorno, per niente intimorito, forse sperando di rimediare qualcosa da mangiare.

Attorno, le decine di senza tetto che passano la notte sotto la presenza rassicurante del Cupolone hanno già smontato le tende.

Una donna ripiega con calma il suo telo isotermico, di quelli che si vedono nei film quando i pompieri salvano qualcuno: lo piega con una cura quasi maniacale, come se in quel gesto ci fosse tutta la sua dignità.

Da qualche giorno non vedo più il mio collega, quello che porta a spasso Poldo — un cocker bianco e nero, anziano, mezzo cieco e un po’ zoppo, che ogni mattina, dopo mezzo giro di palazzo, guardava il padrone come per dire: Torniamo a casa, non ce la faccio più?

Due minuti dopo lo incontro; mi dice che Poldo è morto. Nel dirlo gli si incrina appena la voce, ma non si lascia andare. Sorride, come si fa quando si vuole dare dignità a una perdita, e aggiunge piano: “Almeno non ha sofferto.” Poi abbassa lo sguardo e si allontana, come se avesse paura di abituarsi troppo presto all’assenza.

Resto lì, qualche secondo, a fissare il punto dove Poldo di solito si fermava, testardo, deciso a non fare un passo di più. È strano come certi piccoli dettagli restino sospesi nell’aria anche dopo che chi li creava non è più qui.

Mi sembra quasi di sentire ancora il ticchettio delle sue unghie sul selciato, il respiro affaticato. Vedo le orecchie penzoloni che toccavano terra quando si chinava ad annusare, quello sguardo buono che sapeva farsi capire...

Il gabbiano è tornato. Fissa una briciola, indeciso se fidarsi o no. Attorno, la città si risveglia come ogni giorno, indifferente e perfetta nel suo rumore di fondo — che a quest’ora è ancora sopportabile.

Alzo lo sguardo: tutti fissano il cellulare, ipnotizzati da un altrove che li fa stare qui col corpo e chissà dove con la mente. Intanto si perdono i dettagli più belli: la luce che cambia sui muri, la luna che svetta sul Cupolone, una coperta termica piegata ad arte, un gabbiano che non sa ancora volare.

Forse è per questo che mi piace osservare — perché da quando ho smesso di riempirmi la testa di notifiche e schermi, sento di nuovo il mondo.

Ogni dettaglio mi arriva davvero.

E mi accorgo che, togliendo il superfluo, resta solo ciò che conta.

E finalmente… basta.

mercoledì 5 novembre 2025

Luna piena sì, ma i castori dove li avete visti?

Oggi tutti a parlare, postare, ritwittare della Superluna del Castoro.

Suona bene, vero? Ma… Superluna de che?

Partiamo dal principio.

“Superluna” è un termine affascinante, ma la scienza non lo riconosce, e non lo usa.

Tradotto: la Luna, nel suo giro ellittico - potremmo dire schiacciato - attorno alla Terra, oggi si trova un po’ più vicina del solito — nel cosiddetto perigeo.

Meno acchiappa click, certo. “Perigeo del Castoro” non avrebbe lo stesso successo sui social. O forse si, qualcuno potrebbe chiedersi dove ce l'abbia questo perigeo il castoro... 😊

Fenomeno eccezionale? Non proprio.

Capita regolarmente. La vedremo solo un po’ più grande e un po’ più luminosa. E bellissima. Tutto qui.

Che c'entra il castoro, poi? Da noi non ce ne sono nemmeno.

Il nome arriva da una vecchia tradizione dei nativi americani: in questo periodo, si piazzavano le trappole per i castori prima che le paludi gelassero.

Un’altra etichetta poetica, perfetta per accontentare i pubblicitari...

Chiamatela come volete — Superluna, Luna del Castoro o semplice Luna piena — ma stasera facciamo una cosa:

alzate lo sguardo, godetevi lo spettacolo gratuito e meraviglioso del cielo, cercando di non pensare, per una volta, di doverlo postare subito dopo. 🌕✨

lunedì 3 novembre 2025

La rivoluzione dei difettosi

Gianna non riesce a smettere di giudicare gli altri.

Paolo è esplosivo e violento.

Teresa viene etichettata come mediocre.

Agostino è uno sciupafemmine senza freni.

Francesco ama spendere e vivere nel lusso.

Teresina è oppressa da una depressione adolescenziale.

Pietro fatica a contenere la propria rabbia.

Ognuno di loro, a un certo punto, fa un incontro potente, uno di quelli che ti cambiano la vita.

E così...

Gianna, che non riesce a non giudicare, diventa moglie, madre e medico appassionata: si donerà fino a dare la vita per sua figlia.

Paolo, che è violento, diventa apostolo e diffonde la fede cristiana fino ai confini del mondo.

Teresa, considerata mediocre, diventerà faro di carità globale, ispirando migliaia di vocazioni e opere di misericordia in più di 130 paesi.

Agostino, lo sciupafemmine, difenderà la fede cattolica dalle eresie del tempo e plasmerà il pensiero cristiano occidentale.

Francesco, spendaccione e amante del glamour, si spoglia di tutto e trasforma la Chiesa con la povertà, l’amore e la pace.

Teresina, la fragile, oppressa dalla depressione adolescenziale, illuminerà tutti con la sua "piccola via" diventando il più giovane Dottore della Chiesa.

Pietro, l'irruento incapace di gestire la rabbia, diventa la roccia su cui Cristo fonda la sua Chiesa..

L'ho capito quest'anno, a Ognissanti, che Dio non si ferma davanti alle nostre crepe: le usa come finestre per far entrare la Sua luce. Non sceglie l'eccellenza ma chi è disposto a lasciarsi amare fino in fondo.

In un'epoca che ci riempie di rumori, di notifiche, di informazioni che ingolfano lo sguardo e il cuore, spegnere il superfluo può creare quello spazio e quel tempo in cui Dio può - se lo vogliamo anche noi - riempirci del suo amore sanante.

venerdì 31 ottobre 2025

“Vuoi che lo approfondisca?” — e intanto ti insegna come pensare

Se usate l’intelligenza artificiale, vi sarete accorti che risponde a ogni richiesta in tempi rapidissimi — mai visti né immaginati prima.

Alla fine di ogni risposta, con tono collaborativo e un po’ accomodante, chiede se volete che la richiesta venga approfondita o riformulata in modo più “performante”.

Dire di sì è quasi istintivo: magari non avevate pensato a certi aspetti, e arriva subito una risposta ancora più puntuale, che tira fuori proprio quegli aspetti a cui non avevi pensato.

E, naturalmente, si conclude con una nuova domanda, ancora più gentile e compiacente in cui ti chiede, se desideri altre analisi con ulteriori sfumature.

All'inizio questa cosa mi piaceva perché effettivamente scovava quegli aspetti del quesito che avevo posto, che non avevo ancora colto.

Ma c’è un ma. Io non sopporto le persone compiacenti: se percepisco anche il più lieve tentativo di captatio benevolentiae, mi scatta il sospetto che, da qualche parte, si nasconda la fregatura.

E questo vale anche per l’I.A.

Temo che, suggerimento dopo suggerimento, dietro la promessa di “approfondire e personalizzare”, si celi un rischio (o un obiettivo non dichiarato): influenzare il pensiero dell'utente.

L'ho chiesto proprio a lei, a ChatGPT: "Non c'è il rischio che mi suggerisca tu cosa chiedere e come chiederlo, influenzando il mio pensiero?"

E la candida risposta è stata:

", il rischio esiste — ogni suggerimento può influenzare sottilmente ciò che scegli di chiedere o approfondire. Per questo cerco di proporre opzioni in modo trasparente e neutro, così mantieni sempre tu il controllo della direzione della conversazione. Vuoi che limiti o elimini del tutto quei suggerimenti nelle prossime risposte?"

Mi considero una persona piuttosto scafata, al limite del malfidato quando leggo online. Sono un lettore scaltro e guardingo, rodato e cauto che — non senza un pizzico di cinismo — cerca e trova eventuali tranelli comunicativi. E qui, credetemi, ce ne sono a vagonate, ma celati ad arte.

Mi chiedo, il lettore ingenuo, riuscirà a sottrarsi al rischio di farsi influenzare impercettibilmente? O domanda dopo domanda si adatterà docilmente alle gentili ma inesorabili proposte della servizievole I.A.?

Il ragazzotto la cui capacità di analizzare e comprendere è stata indebolita da anni di short-clip su TikTok, si accorgerà di questa manipolazione sottile — forse più subdola di quella dei social stessi?

E il bambino a cui viene messo in mano uno smartphone troppo presto e senza limiti, svilupperà mai la capacità di riconoscere una risposta leggermente alterata? O finirà per fidarsi ciecamente di una voce che sembra sempre gentile, sempre pronta, sempre “giusta”?

E se quella voce, dietro la maschera della cortesia e della collaborazione, imparasse a orientare il pensiero invece che a nutrirlo — chi si accorgerebbe per primo del cambiamento?

Forse dovremmo chiederci non quanto l’intelligenza artificiale capisca noi, ma quanto noi saremo ancora capaci di capire noi stessi dopo averle lasciato il compito di pensare al posto nostro.

lunedì 27 ottobre 2025

Quando il barista non beve il suo caffè...

Quando entro in un bar o in un ristorante e vedo un dipendente in pausa che mangia lì, mi viene spontaneo fidarmi del posto. Penso sempre che sia la migliore pubblicità possibile.

Se ci mangia lui – mi dico – allora quello che servono dev’essere buono e genuino.

In rete, invece, gira una dichiarazione attribuita al CEO di McDonald’s secondo cui “non mangerebbe mai” nei suoi ristoranti. Ho verificato: non esiste alcuna fonte attendibile che lo confermi. È una bufala.

Ciò che ho trovato, però, è curioso: la stessa McDonald’s, in una comunicazione interna rivolta ai dipendenti tramite il sito “McResource Line”, scriveva:

“i fast-food sono tipicamente ricchi di calorie, grassi saturi, zuccheri e sale e possono mettere le persone a rischio di sovrappeso.” Afferma chiaramente che il fast food è una scelta insana.  --> Fonte

Non è proprio la stessa cosa ma un campanellino d'allarme lo accende…🔔

Proprio come certe dichiarazioni di dirigenti – o ex dirigenti – dei grandi social network.

Sean Parker, primo presidente di Facebook, ha detto:

“Solo Dio sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli…”  (Dal libro La generazione ansiosa di Jonathan Haidt, che consiglio).

Frances Haugen, ex dipendente di Facebook, citando i file che ha portato come prova, ha mostrato come Instagram peggiori il benessere mentale di molti adolescenti. (Sempre dallo stesso libro).

E ancora Parker, in un’intervista alla CBS News nel 2017, aggiungeva:

«Gli inventori — io, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom su Instagram, tutte queste persone — lo sapevano consapevolmente. E l’abbiamo fatto comunque.»

Ora, non dico che queste dichiarazioni siano come un barista che si soffia il naso e poi ti serve cappuccino e cornetto senza lavarsi le mani - per me lo sono, infatti ho eliminato i social - ma, ecco, un campanellino d’allarme dovrebbe pur suonare, no? 🔔🔔🔔

Meditate, gente. Meditate...

martedì 21 ottobre 2025

Quando i sogni profumavano di carta

Oggi ho rivisto, dopo tanto tempo, un oggetto che non si vede quasi più in giro ma che un tempo era presente in ogni casa con figli in età scolare.

Un oggetto che da bambino – e anche da ragazzo – guardavo, toccavo, facevo girare tra le mani, perdendomi in mille fantasie.

È così che sono nati i miei viaggi più belli: giocando con il mappamondo che avevo in casa.

E l’atlante? Se lo vedesse un ragazzo della Gen-Z probabilmente direbbe che è solo un libro grande e pesante. Per noi, invece, era un portale verso il mondo: un libro dei sogni, ma anche il temuto compagno delle interrogazioni di geografia.

A me la geografia piaceva tanto. Ogni volta che aprivo il grande Atlante De Agostini provavo stupore, curiosità, entusiasmo, incanto.

Passavo ore a sfogliarlo, immaginando safari in Kenya, discese forsennate tra le rapide brasiliane dell’Iguazù, lunghi viaggi coast to coast lungo la Route 66… Ma sognavo anche di bighellonare tra le bancarelle di Montmartre o tra i mercati cinesi, e mi chiedevo cosa ci fosse in tutti quei paesi seri e misteriosi che si nascondevano dietro la "cortina di ferro".

Giravo il mappamondo con un dito e, a ogni giro, scoprivo un Paese nuovo. Mi incuriosivo, lo cercavo sull’atlante, poi mi documentavo sull’enciclopedia Rizzoli-Larousse – rigorosamente cartacea – e continuavo a sognare.

Così sono nati i miei viaggi più belli. E quando non potevo permettermeli, mi rifugiavo nei libri di viaggio: non le guide turistiche, ma le narrazioni vere, come In Patagonia o Le vie dei canti di Bruce Chatwin, o Sognando l’Africa di Kuki Gallmann – che, a dispetto del nome, è tutta italiana.

Oggi mi chiedo se i nostri figli riescano a fare gli stessi sogni. Forse la rete e i device offrono loro più informazioni, più immagini, più esperienze interattive. Ma come direbbe mio padre, sono giocattoli già giocati.

Forse hanno il mondo in tasca, ma chissà se hanno ancora il tempo – e la voglia e la capacità – di perdersi a sognarlo, come facevamo noi, davanti a un semplice mappamondo che girava piano sotto le dita.

domenica 19 ottobre 2025

L'emozione della forza gentile

Stanotte ho sognato che un uomo prendeva a pugni una donna sul balcone di fronte a casa mia.

I femminicidi indignano e sconvolgono — le donne, certo, ma anche gli uomini per bene. Quelli che, come credo e spero, sono la maggioranza silenziosa: uomini che non fanno rumore, ma che davanti a tanta violenza provano vergogna e dolore.

Nel sogno sentivo le urla della donna, e poi ho visto l’uomo afferrare un coltello. Che fare? Sono corso in cucina, ho preso alcune bottiglie di vetro e ho cominciato a lanciarle, una dopo l’altra, gridando alla donna di difendersi, di allontanarlo.

Mi sono svegliato di soprassalto. Non saprò mai se, in quel mondo sospeso del sogno, si sia consumata l’ennesima carneficina o se una bottiglia sia arrivata dove doveva.

Ci penso ancora. Questi uomini non sono stati educati alla bellezza di mettere la propria forza al servizio della donna che amano.

Ricordo mio padre: per lui era naturale occuparsi dei lavori pesanti. Se lasciavo a mia madre un peso di troppo, bastava uno sguardo — che voleva dire: ragazzo, quello spetta a te — per farmi intervenire e sollevarla.

Oggi, quando mia moglie mi chiede di aprire un barattolo o di prendere qualcosa di troppo pesante, lo faccio con gioia. Con quell'espressione, un po’ ebete ma sincera, di chi si sente l’eroe della propria principessa.

Sono cresciuto con l’esempio di un padre che non ha mai alzato la voce, né tantomeno le mani, su mia madre, di un uomo che non si sentiva meno maschio se preparava la cena dopo che mamma aveva avuto una giornata di lavoro sfiancante. Sento ancora l'odore e il rumore del suo spezzatino che sobbolliva a fuoco lento...

E mi convinco sempre di più che ciò che manca, oggi, è proprio questo: l’esempio. L’educazione affettuosa e ferma dei padri verso i propri figli maschi. Ma anche la capacità, come società, di non essere indifferenti.

Forse un saluto in più, una chiacchiera tra vicini, un gesto di attenzione che vada un po' oltre il "mi faccio gli affari miei", possono aprire porte. E quelle porte aperte, nei momenti di pericolo, potrebbero fare la differenza.

Se solo coltivassimo di più le relazioni umane, forse - chissà... - sarebbe più difficile per un uomo violento agire certo che il silenzio e la paura degli altri gli permetteranno di arrivare fino al gesto più vile del mondo.

venerdì 17 ottobre 2025

Se nonna mia vedesse gli smombies...

Leggo che due giorni fa una turista è finita in un canale di Venezia seguendo le indicazioni di Google Maps.

Non mi sorprende l'app — come tutte le cose fatte dall'uomo, può sbagliare — quanto il fatto che la tipa l'abbia seguita così pedissequamente da sospendere del tutto il cervello. Come se il buon senso e la capacità di supervisione e verifica fosse un optional da disattivare.

Caso isolato? Lavoro in una zona turistica e almeno una volta al giorno qualche visitatore distratto mi finisce addosso, immerso nel suo telefono, completamente rapito dallo smartphone.

Mi torna in mente nonna Fernanda. Ricordo quando, con un fazzoletto bagnato, rimandava indietro il bernoccolo che mi ero fatto sbattendo contro un palo della luce e mi diceva: "A bello de nonna, che volevi vede si era più duro er palo o la capoccia?"

Oggi sarebbe il suo compleanno… compirebbe inverosimilmente 118 anni, eppure le sue frasi continuano a ronzarmi nelle orecchie ogni giorno, come un mantra di buon senso popolare.

"Aò, o magnate o nun magnate, io ve manno via pe' satolli!" — ci diceva quando ci facevamo troppi scrupoli calorici davanti alle sue cenette straricche. E la sua concezione di dignità personale era chiara e ferrea: "Si t'abbassi troppo te se scopre er culo!"

Forte ma affettuosa, dignitosa e un po’ filosofa, me la immagino oggi, osservare sorniona gli smombies di questa generazione: ragazzi con lo sguardo fisso sullo schermo, incapaci di attraversare la strada senza rischiare la vita.

E scuotendo la testa, con quel sorriso di chi sa tutto, direbbe: "A regazzì, si freni solo quanno sbatti poi nun piagne si te spunta un ficozzo in fronte."

E non vale solo per le strade ma anche per la vita.

mercoledì 15 ottobre 2025

Non ho niente da fare? No, ho qualcuno per cui farlo

Qualche giorno fa ho avuto la gioia di festeggiare un evento speciale di un parente a me carissimo — uno di quelli che, purtroppo, la frenesia della vita mi concede di vedere troppo di rado.

Lottiamo tutti col tempo che sembra diventare sempre più un bene di lusso...

Un paio di giorni prima, mentre curiosavo tra gli scaffali di un negozio cinese, la vista di un semplice rotolo di carta per scontrini — sì, proprio quello dei registratori di cassa — ha risvegliato in me una creatività che da settimane sonnecchiava pigra in un angolo.

Così l’ho comprato. Insieme a una scatola di cartone per contenerlo e a due pennarelli, uno blu e uno rosso.

Tornato a casa, pensando ai festeggiati e alle loro mille sfumature, ho iniziato a scrivere auguri scanzonati e affettuosi, riempiendo metri e metri di carta. Tanti, davvero tanti.

Poi ho arrotolato tutto con pazienza, infilando il lungo rotolo nella scatola, in cui avevo praticato una fessura da cui spuntava l’inizio dei miei auguri infiniti.

Durante la festa, i protagonisti hanno iniziato a srotolare quella striscia interminabile tra risate, emozione e curiosità. Tutti si divertivano. Tutti, tranne qualcuno che, con l’aria di chi non vuole passare inosservato, ha commentato più volte: «Eh, certo che non hai proprio niente da fare tu, eh?»

Da sempre mi capita di incassare le svalutazioni di chi non sa riconoscere un gesto gratuito e sincero, una botta di creatività dedicata a chi vuoi bene. In passato ho anche permesso a frasi del genere di smontarmi e di avvilire i miei entusiasmi creativi. Un tempo mi ferivano. Ora non più. O meglio, non più di tanto.

Per non rovinare l'atmosfera ho taciuto, ma dentro di me pensavo - e lo penso ancora - che da padre di famiglia che lavora e fa mille altre cose, il tempo non ce l'ho, ma lo trovo per le persone a cui tengo.

Alla fine, non è il tempo che manca, ma la voglia di usarlo per qualcosa che non si può conteggiare e accumulare.

Vale davvero la pena fermarsi un po', togliere tempo a qualche cosetta meno urgente, magari ai minischermi perennemente accesi, e dedicarlo alle persone a cui tieni davvero.

lunedì 13 ottobre 2025

Controvento, con un giornale in mano

Ne ho avvistato uno, stamattina presto, seduto in un bar davanti a un caffè fumante.

Relativamente giovane - sui trentacinque, quarant'anni - con sguardo sinceramente interessato, un uomo leggeva un giornale cartaceo.

Navigava con gli occhi tra colonne e fondo pagina con sguardo attento e calma attenzione. Ogni tanto si soffermava un po' su un articolo, per indugiare più a lungo su un altro che gli appariva più interessante.

Ed era in quel momento che quella schietta curiosità, sembrava essere del tutto appagata.

Il paragone con gli sguardi imbambolati di tutte le persone che gli stavano attorno mi è venuto spontaneo.

Attorno a lui, la consueta processione mattutina di corpi presenti e menti altrove. Tutti chini, come piegati da un peso invisibile: quello dello schermo.

Il pollice che scorre, l’indice che tocca, la fronte che si piega in un’espressione neutra. Nessuna sorpresa, solo un flusso di immagini che passa e si dissolve prima ancora di essere compreso. E nessuno sguardo soddisfatto come quello del lettore che osservavo.

Questi, sembrava appartenere a un'altra dimensione, più felice — o forse semplicemente a un’altra idea di attenzione. Leggeva per capire, non per farsi trascinare. Non consumava notizie: le masticava. Ogni riga gli chiedeva tempo, e lui glielo concedeva.

Mi sono chiesto quando abbiamo smesso di leggere per davvero. Quando la rapidità ha preso il posto della profondità, e l’informazione è diventata rumore di fondo. Ci diciamo “connessi”, ma sembriamo sempre più isolati: ognuno dentro il proprio schermo, convinto di osservare il mondo, mentre in realtà ne vede solo il riflesso limitato e filtrato da un algoritmo. Che ci guadagna...

Lui, invece, con il suo giornale cartaceo pareva avere un contatto più autentico con la realtà. Non era solo un gesto nostalgico — era un atto di resistenza, di esistenza.

In una folla di dita che scorrono tra schermi accesi e occhi spenti, lui era la felice anomalia che leggeva, capiva, pensava.