mercoledì 9 luglio 2025

Un genio terreno senza la sapienza del cuore

Seguitemi un attimo. Potrà sembrare complicato, ma è semplice.

Arriva il mio migliore amico, Fabio. Mi fa il gesto del pollice alzato. Se non conosci il significato di quel gesto, non ricevi nessuna informazione. Se lo conosci, ricevi un'INFORMAZIONE OGGETTIVA: “ok, tutto bene”.

Ma PER ME, quel gesto vuol dire: “L’intervento di mamma è andato bene.” E dalla mano che trema potrei capire che è sfinito dopo una notte di veglia alla mamma invalida, ma sereno per l'esito. Stessa informazione oggettiva, ma carica di SIGNIFICATI SOGGETTIVI che solo io so cogliere al volo.

Per me, quella è una comunicazione piena di senso, di emozione, di relazione, di spessore.

E se Fabio non passasse di lì? Se non lo vedessi? Entra in gioco l’incertezza. Quella che fa parte della vita, della realtà vera.

Ecco la differenza profonda:

L’intelligenza artificiale elabora solo ciò che è certo, oggettivo, quantificabile.

Non può cogliere il SIGNIFICATO SOGGETTIVO.

Non può agire nel dubbio, nel non detto, nell’imprevisto.

Non può creare qualcosa di veramente nuovo — perché non ha coscienza.

Lo dice anche Federico Faggin, inventore del microchip e del touchscreen:

"Il riconoscimento dei simboli dell’I.A., che viene fatto passare per comprensione, in realtà è solo una funzione meccanica." (F. Faggin, Irriducibile, p. 96)

E ancora:

"Ai computer abbiamo trasmesso SOLO UNA PARTE della nostra mente, quella algoritmica." (Ibid., p. 98)

L’I.A. può processare tutta la conoscenza del mondo in pochi secondi. Ma non potrà mai generare da sola il significato. E quando lo riceve, ha bisogno che qualcuno glielo insegni. Se non segue una regola data, non lo capirà mai.

Come faccio spesso, ho aperto la Bibbia per cercare una luce; non una risposta certa ma una luce, che trovo sempre, sempre:

"Questa non è la sapienza che viene dall’alto: è terrena..." (Giacomo 3,15)

Abbiamo trasmesso all’I.A. tutta la sapienza terrena.

Ma la sapienza vera — quella che dà senso — viene da un altro livello.

E Giacomo prosegue:

"...è terrena, carnale, diabolica."

Diabolico sostanzialmente significa divisivo.

Non è forse divisiva la trasformazione che l’I.A. sta provocando oggi, a tutti i livelli?

(In questo testo cito ed elaboro, con una riflessione personale, alcuni passaggi tratti da "Irriducibile", di Federico Faggin, fisico, ideatore del microchip e del touchscreen.)

...

P.S. Ho dato il post in pasto a Chatgpt chiedendole se trovasse errori e incoerenze, non ne ha trovate. Ha "osservato" addirittura che il tentativo di portare il ragionamento su un livello più alto collegandolo con la Bibbia abbia senso e che, effettivamente, messa in quel modo sì, lei è diabolica. E se lo dice lei... ;-)

martedì 8 luglio 2025

Non volevo essere un duro

Nato in una famiglia di "duri", la mia passione per la lettura e il canto era vista con sospetto dai miei cugini. Le loro continue frecciatine, "Aò, ma nun è che sei fro*io?", mi facevano sentire un alieno.

Non mi feriva particolarmente ma mi diceva che ero fuori fase persino rispetto all'omosessualità che in quegli anni cominciava a essere sdoganata: io ero ipersensibile, emotivo e marcatamente etero. Un pericolo non incasellabile per i super machi de' Noantri che mi circondavano all'epoca.

Da adolescente, preferivo la musica classica al frastuono delle discoteche. Dopo una sola serata alla famosa 747 di Ciampino, i DJ e la synth-pop non mi videro più.

Ho sempre amato il teatro in ogni sua forma: dal metateatro pirandelliano alla comicità leggera di Proietti, fino all'indimenticabile trio Solenghi-Marchesini-Lopez.

Mai un calcio a un pallone, ma amavo sentire i muscoli lavorare e rafforzarsi in palestra. Nuotare e ballare e cantare (e poi pregare pensa un po') erano le mie vere passioni, anche se ancora non avevo incontrato la donna che continua a scoppiarmi dentro al cuore da 35 anni, la stessa con cui ballo, che mi ama e che guarda benevola al mio stile di vita "sfasato".

Da Persona Altamente Sensibile (cercala su Google se vuoi sapere cos'è), percepisco e noto tutto; ogni cosa mi tocca profondamente, è inevitabile. Posso sentirmi sfiancato o scosso da dettagli che la maggior parte delle persone ignora, ma sono anche travolto e allagato da emozioni forti per le più piccole meraviglie quotidiane.

Questo mi rende intrinsecamente "fuori fase", spesso stanco, talvolta in fuga verso una solitudine che mi rigenera da questo sconquassamento da eccesso di stimoli.

In passato, questa mia natura mi è stata spesso rinfacciata, qualche volta facendomela pagare cara. Se sei un uomo, e per giunta etero, osare essere ipersensibile è qualcosa che molti non perdonano. Sei considerato un pericolo non inquadrabile. E questa cosa una volta mi feriva. Una volta.

Adesso, alla soglia dei 55 anni, ho imparato a convivere senza snaturarmi, con un mondo che spesso non è fatto per chi è come me. E oggi, sono felicemente fuori fase.

lunedì 7 luglio 2025

La rivoluzione di alzare lo sguardo

Come ogni mattina, mi concedo quella mezz’ora di quiete, seduto sotto una colonna di marmo, prima che la canicola renda impossibile persino pensare di uscire.

I nuvoloni neri che hanno devastato il nord Italia sono arrivati fin qui, ma sembrano incapaci di scaricare un po’ di pioggia rinfrescante.

«'Etta abba, chelu, chi cust'annu semus sididos. 'Etta abba ei amus a ballare che indianos. 'Etta abba frisca commo, 'etta abba, chelu.»

Così cantavano i Tazenda, evocando la sete di pioggia nella Sardegna assetata. Un tempo ci sembrava lontana, oggi è diventata la regola.

Nuvole bianche e grigie d’alta quota si mescolano a quelle più scure e basse, che sfrecciano veloci sopra il Cupolone. Le folate di vento annunciano un cambiamento, ma il termometro non scende comunque sotto i ventisette gradi, nonostante l’ora.

Una volta avrei scattato una foto, girato un video, condiviso tutto di fretta mendicando un’occhiata distratta che dopo cinque secondi avrebbe dimenticato la scena a favore di un'altra.

Oggi mi godo ogni cosa con calma. Non c’è più l’urgenza di guardare in basso, se non per raccontare, con le parole, ciò che vedo, sento… e assaporo ancora di più.

E scrivo, come facevo una volta, per rallentare, e per ritrovarmi tra i vicoli di pensieri un po' aggrovigliati. Forse qualcuno lo leggerà, forse no. Va bene così.

Sento il vento sulle braccia e sul viso. Con la testa appoggiata alla colonna, osservo due suore che ridono a crepapelle. E viene da ridere anche a me.

Un ragazzo passa con le cuffiette alle orecchie e la testa bassa. Indovinate cosa sta contemplando?

Un anziano prete cammina con passo lento: un ombrello in una mano, il rosario nell’altra. Due turisti brasiliani si chiedono dove sia "u Vacicanu", che si staglia proprio davanti a loro.

Il vento continua a carezzarmi le braccia e la faccia, alleviando la pesantezza del caldo. Mi sento vivo. E, per un attimo, anche più sereno.

Quanta autentica normalità come questa, mi perdevo, per contemplare un rettangolino di plastica pieno di fuffa colorata?

sabato 5 luglio 2025

Oasis

Va bene, messaggio ricevuto: gli Oasis sono tornati. I fratelli Gallagher hanno seppellito l’ascia di guerra (o forse solo messo in pausa l’ennesimo litigio per finire di pagare il mutuo) e i fan sono andati in estasi collettiva al concerto al Principality Stadium.


Ora che la notizia è stata urlata da ogni angolo del pianeta — dai quotidiani locali alle testate internazionali, passando per i telegiornali, i giornali radio, i post sponsorizzati e le zie boomer su Facebook — possiamo chiedere, con estrema gentilezza: chi non ha mai avuto una maglietta con la scritta Definitely Maybe, può tornare serenamente alla propria esistenza?

Grazie in anticipo. Anche da parte del nostro neurone superstite e decisamente stanco.

venerdì 4 luglio 2025

Un caffè, una spalla e tutto sembra meno pesante

Un amico vero è quello con cui puoi parlare anche dei tuoi fallimenti, senza filtri né vergogna.

È chi, davanti a un caffè, ti mette una mano sulla spalla e, senza dire o fare granché, ti fa sentire che va tutto bene.

Se ne hai uno così, anche solo uno, considerati fortunato. E tienitelo stretto.

Oggi si affrettano tutti a pubblicare solo il lato migliore: il piatto perfetto, il viaggio da sogno, il 30 e lode del figlio.

Ma sinceramente? Di tutta questa perfezione patinata non so che farmene. E non ci credo neanche troppo.

Io ho bisogno di persone vere. Di quelle che, come me, cadono, sbagliano, crollano ma si rialzano e ci riprovano. E a volte riescono, a volte no.

Di gente che guarda i fornelli e dice: "E mo' che me invento?". 

Di chi ti scrive: “Quando ci vediamo per lamentarci un po’ davanti a un caffè?” E poi, dopo quel caffè, senti che c'è ancora tempo per la fine del mondo.

Ho bisogno di gente che mi dica: “Mio figlio è a pezzi… tu che facevi quando la tua era in crisi?”

Ma oggi non c’è tempo. Tutti troppo occupati a mettere in scena la versione migliore di sé stessi e dei propri figli.

E se sotto tutto questo ci fosse solo paura? Paura di mostrarsi fragili. Perché, forse, non ci fidiamo più di nessuno.

giovedì 3 luglio 2025

Ciò che non mi annoia mai

Non mi stanco mai di osservare la gente. Tutti mi interessano: dai ragazzi con gli abiti sdruciti agli anziani dallo sguardo stralunato, dai turisti di cui cerco di indovinare la nazionalità al passante apparentemente anonimo.

Sebbene certe tipologie sembrino somigliarsi, ogni persona è unica, frutto di un atto creativo che forse un giorno capiremo, chissà...

Unica è la suora che incontro ogni mattina, intenta a parlare col cellulare a viva voce con un uomo. Con il tempo ho capito che è suo fratello, e che ha un profondo bisogno di essere ascoltato.

Unica è la madre assillante che, parlando a raffica, vomita sul figlio un fiume ininterrotto di rimproveri e cazziate. Senza sosta. Possibile che non capisca che così si condanna da sola all'essere ignorata?

Unico è il clochard che si è autoproclamato ambasciatore dell'Antartide e che presidiando una colonna di piazza San Pietro attende, impettito e in divisa, di essere contattato da un emissario dell'ONU.

Questa umanità che non mi stanco mai di osservare, e molta altra ancora, mi sono perso per contemplare uno schermo pieno di immagini selezionate da algoritmi interessati al profitto degli inserzionisti.

E passa un ex collega che ogni mattina porta a spasso un anziano e dolcissimo cocker bianco e nero; ogni dieci metri il cane si siede per riprendere fiato. Tanto non c'è pericolo di correre: il padrone ha lo sguardo perennemente incantato dal cellulare. Sarà forse il cane a portare fuori lui?

martedì 1 luglio 2025

Scendo dalla giostra (e prendo il cellularetto della nonna)

L’algoritmo ti mostra solo quello che vuoi vedere, impedendoti di scoprire qualcosa di diverso da ciò che cerchi.

Lo chiamano "filter bubble": gli algoritmi studiano le tue ricerche, imparano cosa ti piace e ti propongono solo quello.

Finiamo così in una bolla culturale e ideologica che ci "protegge" da ogni pensiero diverso dal nostro.

Così ci convinciamo di stare dalla "parte giusta" del mondo e perdiamo un sacco di occasioni per crescere e arricchire i nostri punti di vista.

I miei amici più cari la pensano in modo molto diverso da me, soprattutto in politica. E proprio grazie al confronto, sempre rispettoso, e alla curiosità reciproca, ci siamo arricchiti tutti.

Per fortuna ci siamo conosciuti prima che arrivasse internet. Oggi? Chissà, magari non ci saremmo nemmeno parlati.

"L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato quello dei ‘mercati comportamentali a termine’ …. dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro." (Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza)

E qual è il modo più semplice per conoscere un comportamento futuro? Indurlo.

Gli algoritmi, affamati di sapere tutto su cosa cerchiamo, diciamo, mangiamo, pensiamo – e che sbatacchiamo online senza pensarci troppo – comprano i nostri desideri e provano a spingerli un po’ più in là.

Piano piano, uno scrollo dopo l'altro, cercano di influenzare le nostre scelte verso quello che noi pensiamo piacerci ma è solo quello che vende di più, tra le cose che ci piacciono.

"Il design degli smartphone e dei social media ricalcherebbe da vicino quello delle slot machine e sarebbe appositamente studiato per creare dipendenza, comportando conseguenze a livello cognitivo." (Jeongmin Lee,2014, Smartphone Addiction in University Students and Its Implication for Learning, pagg. 297-305)

Chiaro no?

Ecco, anche per questo ho deciso di scendere dalla giostra dei social e di comprarmi il cellularetto della nonna di Cappuccetto Rosso.

lunedì 30 giugno 2025

Libero, tra le pieghe di uno spazio e di un tempo ritrovati

 "In una dimensione esclusivamente digitale perdi tante competenze che abbiamo impiegato milioni di anni per sviluppare (...). Perché lasciare che noi stessi si sia tutti racchiusi in un universo bidimensionale in cui lo spazio e il tempo vengono quasi completamente dissolti?

Noi viviamo nello spazio e nel tempo; sono le colonne d'Ercole della nostra esistenza. Se vivi attraverso queste impari a gestire la fatica che ciò richiede.

Se vivi in una vita bidimensionale ti senti molto più leggero perché non hai più a che fare con lo spazio e quasi non hai più a che fare con il tempo.

Quando torni da sta parte tu non hai sviluppato alcuna muscolarità, per cui finisce per diventare una sorta di droga.

Qui non sai più come vivere. Devi vivere per forza lì perché qui non hai più la struttura per sostenere i disagi che ti offrono lo spazio e il tempo." (Paolo Bonolis, a "Passa dal BSMT)

In questi venti giorni senza social e con lo smartphone ridimensionato, ho sentito una sorta di perdita di questa muscolarità, in ogni senso. Ma ora, vivo con gioia il piacere di ritrovarla.

La gioia di tornare a leggere con gusto, assaporando il piacere di immergermi nelle pagine, lasciandomi toccare, emozionare, interrogare dalla lettura.

Il piacere di prendermi cura, finalmente, delle piante sul terrazzo che da tempo gridavano vendetta.

Nei cosiddetti "tempi morti", alzo lo sguardo, osservo ciò che mi circonda, parlo con chi incontro, penso, sogno, progetto.

Scopro dettagli, situazioni, persone che prima non vedevo più.

Mi sento meno tonto. E con sorpresa — e soddisfazione — mi accorgo che non dimentico più le cose da fare.

Qualunque cosa stia facendo, ci sono. Presente, qui e ora. Senza quell'urgenza ansiosa di sbloccare il cellulare come se fossi in costante allerta.

E non succede niente. Anzi. Libero dal bisogno di farlo e dall'ansia che ne deriva, mi ritrovo a pensare serenamente ai fatti miei.

Meno stordito. Più presente. Più libero. Più sereno. Meno solo. E più forte di fronte alle fatiche della giornata.

Ridimensionare lo smartphone è stato il modo più semplice per tornare ad ascoltare la vita che mi parla.


sabato 28 giugno 2025

Il tempo vero, quello che non si scrolla via

Da ieri ho un cellulare da anziani non aggiornati. Per capirci, quello pubblicizzato dalla nonna di Cappuccetto Rosso.

È basico ed essenziale, ma anche piccolo e comodo. Mi permette il minimo sindacale della comunicazione moderna.

In cambio, ho guadagnato due ore di vita libera al giorno. In un anno fanno quasi trentuno giorni: praticamente un mese di ferie in più da dedicare al contatto con me stesso e alle relazioni con gli altri.

Desidero comunicare da quando ho imparato a scrivere. All’inizio affidavo i pensieri a un diario; poi, con l’arrivo di internet, ho colto l’occasione per amplificare la comunicazione. Ma quando tutto è sfuggito di mano — negli ultimi dieci anni — mi sono accorto che non erano più gli strumenti a servirmi, ma io a servire loro.

Lettura, scrittura, riflessione… e anche le relazioni — a partire da quella con me stesso, e sì, anche con Dio — erano diventate come le storie di Instagram: rapide, superficiali, cancellabili in ventiquattr’ore.

Adesso provo a recuperare il tempo vero, quello che passa sì, ma lascia ricordi ed esperienze e non si scrolla via.

venerdì 27 giugno 2025

L'amore vero anziché perfetto

Colei che tra qualche ora diventerà la moglie di Bezos ha la stessa età della mia.

Ma la mia ha lo stesso sorriso che mi fece girare la testa (in senso letterale, davvero) quando irruppe nella mia vita quel lontano 3 febbraio del '91.

La sua, sfoggia una pelle innaturalmente liscia e un sorriso che non somiglia più a quello della bella giornalista ispanica, realizzatasi nonostante la dislessia.

La mia ha ancora quegli irresistibili incisivi leggermente separati che adoro, gli stessi che Ornella Muti ha scelto di correggere. Che errore!

La mia ha lo stesso sorriso così bello da farmi passare le peggiori paturnie solo a sfiorarlo con lo sguardo. Gli stessi occhi verdi, intensi e grandi che conosco, riconosco e non mi stanco mai di contemplare.

E non teme di invecchiare insieme a me e come me, perché sa che quei ragazzi che si accorsero di non essere più soltanto amici quel 1° luglio del 91, sono ancora lì col loro amore tanto imperfetto quanto vero.

E sanno che il tempo che passa non ruba loro la bellezza ma la trasforma in armonie che non svaniscono.

Armonie con una metrica che rallenta, ma che può generare accordi sempre più intensi. E veri. 

giovedì 26 giugno 2025

La vera connessione: rivelazioni a piazza San Pietro

Piazza San Pietro. Una figura esile e accartocciata siede all'ingresso di una tenda socchiusa, lo sguardo fisso a terra.

"Povera donna," penso, "probabilmente un'alcolista, o forse persa nei meandri di chissà quale malattia mentale."

Mi avvicino con cautela, e ciò che scopro mi sorprende: la "barbona smarrita" è in realtà una giovane donna tonica e curata. Pure bella.

Non sta fissando il vuoto, ma un magnifico volto di Cristo che sta rifinendo con il carboncino.

L'avevo etichettata come una disperata malata mentale, ma era più profondamente connessa con se stessa – forse anche con Dio? – di quanto lo fossi io in quel momento.

E scopro che è solo avvicinandosi senza giudicare che si può davvero vedere, comprendere e, forse, incontrare. 

martedì 24 giugno 2025

Se me lo imponi dov'è la libertà?

Non siamo obbligati a usare Meta AI, è vero. Ma la sua icona è sempre lì: fissa, visibile, a pochi millimetri da quella che serve per iniziare una nuova chat.

Il 24 giugno, su WhatsApp, è comparsa l’icona di Meta AI: l’intelligenza artificiale firmata Meta.

Non l’ho scelta. Non l’ho attivata. E, cosa peggiore, non si può rimuovere.

Ho provato a “parlare” con la stessa Meta AI: mi ha ripetuto come un mantra che si può disattivare. Ma non è vero. L’icona resta lì, inchiodata. Non ha mai ammesso esplicitamente che non si può eliminare, ma nei fatti è così.

Ho contattato il supporto di WhatsApp. Risposta? Una versione umana del bot: la stessa cantilena. Ho riformulato la domanda in ogni modo possibile, e a un certo punto mi è stato chiesto di fornire “ulteriori dettagli”. Come se fossi io a non capire.

L’ultimo messaggio:

"La domanda potrebbe ricevere una risposta più accurata da parte di un team che si occupa di questo problema."

Serve un team per dire che Meta sta sfruttando la sua posizione dominante per imporre una strategia commerciale aggressiva e predatoria?

Una scelta strategica. Invisibile agli occhi, ma potentemente presente e cliccabile, per curiosità, per sbaglio...
Penso agli adulti, ma soprattutto ai ragazzi, ai bambini. A chi usa WhatsApp senza capire davvero cosa c’è dietro.

Imporre uno strumento — anche neutro — senza consenso, senza informazione e formazione, è un abuso.

Un abuso silenzioso, al quale stiamo acconsentendo per pigrizia o rassegnazione.

Abbiamo alternative. Signal, per esempio, funziona benissimo.

Ma continuiamo a stare su WhatsApp. Per abitudine. Per paura. Perché disinstallarlo richiederebbe un vero atto di coraggio.

Ma ne siamo ancora capaci oggi?