Vi siete mai chiesti cosa state davvero guardando? Se ciò su cui posate lo sguardo vi fa bene o vi fa male?
Nessuno ci ha educato a vigilare sulle immagini che assorbiamo ogni giorno.
Decenni di televisione e ormai anni di scrolling senza prudenza ci hanno resi insensibili, capaci di inghiottire immagini che un tempo ci avrebbero imbarazzato.
L’imbarazzo. Ultimamente lo sto rivalutando: è un termometro che segnala quando qualcosa – un gesto, un atteggiamento, un’immagine, persino una persona – inizia a non farmi bene.
Se l’imbarazzo nasce da un’immagine in tv, cambio canale. Se nasce in rete, esco a strappo dal sito senza rimpianti.
Se nasce da una persona, cerco di spiegare, poi parlo francamente ma con rispetto, soprattutto se ci tengo, poi non insisto e lascio andare.
Mi viene in mente una storiella attribuita a un anziano Cherokee. Non so se sia vera, ma esprime un concetto potente.
Un anziano dice al nipote:
“Dentro ognuno di noi ci sono due lupi. Uno è il lupo della rabbia, dell’invidia, della gelosia, della superbia, della menzogna. L’altro è il lupo della serenità, della gentilezza, della compassione, della verità.
E i due lupi lottano dentro di te e dentro ogni persona.”
Il nipote chiede: “Quale dei due vince?”
Risposta: “Quello che nutri.”
Quando permetto alle immagini di entrare nei miei occhi senza filtri, senza prudenza, nutro entrambi i lupi: quello della serenità e quello della rabbia. E così, invece di scegliere quale far crescere, finisco per alimentare anche ciò che mi fa stare male.
Diventa allora un atto di cura – e persino di libertà – vigilare su ciò che guardo: selezionare con attenzione, chiudere schede, cambiare canale, allontanarmi da ciò e da chi non nutre il lupo giusto. Perché non è solo questione di immagini, ma di quale parte di me decido di far vivere.
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