mercoledì 21 gennaio 2026

«Ai vostri tempi eravate più liberi senza internet»

Essendo nato nel 1970, ho vissuto pienamente un’epoca ancora totalmente analogica. Negli anni Ottanta il digitale fece timidamente il suo ingresso in casa mia con il mitico Commodore Vic 20 che mio padre, appassionato di elettronica, acquistò con orgoglio e curiosità.

Il computer con la tastierona e il lettore a cassette fu presto sostituito dal Commodore 64. Qualche anno più tardi arrivò un Olivetti con floppy disk che mi introdusse alla videoscrittura con Word Perfect. Nel ’95, poi, ero già tra i primi ad avere Internet: un browser spartano per navigare con meraviglia ed Eudora per gestire la posta elettronica.

Eppure, dal Vic 20 all’ipertesto del nuovo Internet, le mie abitudini di vita erano rimaste quasi immutate. Gli orari non cambiavano, facevo colazione senza schermi, in macchina o sul motorino cantavo a squarciagola e nelle file mi annoiavo, e proprio in quei vuoti spesso nascevano le idee più creative.

La navigazione era legata a un luogo specifico: il computer piazzato nella mia cameretta, in un mobiletto dedicato tra la scrivania e lo stereo. E aveva tempi definiti. A volte mi perdevo un po’ nelle ricerche, ma alla fine arrivava sempre il logout, sollecitato da mia madre stufa della linea telefonica occupata troppo a lungo dal modem.

E tornavo alla realtà, cento per cento presente a me stesso nel bene e nel male che la vita mi riservava, come a tutti.

Poi sono arrivate le comodità perennemente online che ti consentono di fare tutto con un "tap" del pollice con l'unico sforzo di tirare fuori lo smartphone dalla tasca. Qui racconto come ci sono finito anch'io con tutte le scarpe.

Fino al giorno in cui mia figlia adolescente, nativa digitale aggiornata ma cresciuta con regole chiare, mi disse: “Papà, ai vostri tempi eravate più liberi senza Internet”.

Forse è stato in quel momento che ho preso davvero coscienza dei rischi del vivere costantemente online, senza mai fare quel logout che negli anni Novanta ci garantiva ancora una discreta salute mentale.

Ho capito l'inganno sottile in cui siamo caduti tutti: crediamo di essere “ok” solo perché non perdiamo mai un aggiornamento, una notifica, un flusso di contenuti. Ma a forza di restare loggati smettiamo di accorgerci di ciò che abbiamo davanti, non viviamo più quelle pause che prima ci rigeneravano, quei vuoti che davano spazio alle idee e a una sana serenità.

Realizzo allora quanto fosse prezioso quel gesto semplice e inevitabile degli anni Novanta: il logout. Una soglia che chiudeva una parentesi e ne apriva un’altra, restituendoci la possibilità di essere presenti, davvero.

Forse dovremmo smetterla di raccontarcela: non siamo fatti per restare connessi senza tregua.

Abbiamo ancora la libertà di fare login e logout, login e logout… Ma abbiamo la forza di carattere di usarla?

Se vogliamo davvero riprenderci l'attenzione, quindi la mente, dobbiamo avere il coraggio di un atto di libertà: uscire. Fare logout. Staccare la spina al flusso che ci divora e tornare, finalmente, pienamente presenti a noi stessi.

---

P.S. Abbiamo anche un altro potere, ancora più sovversivo: spegnere il cellulare di tanto in tanto. Ma di questo parlerò in un prossimo post ;-). 

lunedì 19 gennaio 2026

"Sei morto?" - L'app che monetizza la solitudine

Qualche mese fa riflettevo sulla solitudine, vero cancro dell'uomo di oggi

Anche il Papa ha sentito l'urgenza di dare un orientamento in tal senso. "Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa, dove la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei persino a noi stessi?".

Oggi apro un sito interessante che leggo spesso per informarmi, Inside Over  e leggo che in Cina spopola un'app dal nome "死了么" traducibile come "Sei morto?"

Funziona così: l'utente che vi si registra deve cliccare periodicamente (in un intervallo di tempo scelto da lui) un pulsante per confermare di essere vivo. In caso contrario l'app manderà un messaggio a un contatto designato al momento dell'iscrizione per segnalare che l'utente potrebbe essere in pericolo o... morto.

Ciò che mi sorprende non è la solitudine, sciagura moderna che dilaga ormai da decenni, e che è un triste dato di fatto. Mi fa male che la si monetizzi ritenendo che occorra un'app (a pagamento) per sostituire l'interesse di un familiare, un amico, un vicino.

Il fenomeno interessa solo il gigante asiatico? Pare di no visto che una versione occidentale dell'app, chiamata Demumu è tra le più scaricate negli USA, a Hong Konk, Singapore, così come Spagna e Australia.

Tempi che cambiano o ennesimo caso di cinica monetizzazione della solitudine?

Tempi che cambiano male, in cui l'umanità è freddamente misurata in impulsi digitali, l'essere vivo o morto diventa un'azione tracciabile e forse, l'unica morte vera è quella dell'empatia e della compassione.

E la mia memoria pazzerella ruzzola indietro al 1990, quando la "Sora Nina", vicina di casa di mia nonna, morì all'improvviso per un malanno legato alla vecchiaia.

Era sola e il figlio abitava lontano. Mia nonna se ne accorse subito perché era normale per lei bussare alla porta per chiedere: "A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - era la risposta che quel giorno però non arrivava.

Ero lì e nonna che, avendo le chiavi e, constatando la morte della vicina, assoldò immediatamente le mie braccia giovani, dicendomi con tono fermo e affettuoso - "Nnamo bello de nonna, ajùteme a vestì sta poraccia!"

Avevo vent'anni e quel momento triste ma tenero, drammatico ma significativo e tutt'altro che traumatizzante, mi resta nel cuore, e lo custodisco come una delle più belle lezioni di vita impartitami da nonna Fernanda.

L’app può tracciare ma non ricordare, avvertire un contatto ma non serbare nel cuore l'accortezza di una donna attenta come mia nonna. Se ci fosse stata, avrebbe potuto avvertire il figlio della Sora Nina, ma questa non avrebbe avuto un vestito dignitoso, una carezza, una preghiera.

"A Sora Ni! Come state? Ve serve quarche cosa?" - "No grazie Sora Fernà, ma venìteve a pijà un caffè" - è un dialogo apparentemente banale ma dietro a cui ruotava un mondo fatto di attenzione, garbo, accortezza, tatto e contatti reali che non avevano paura di fermare tutto per un po', per essere davvero presenti.

sabato 17 gennaio 2026

"A Elì! Che vòi che vojo?"

Mi sembra ieri quando una professoressa – credo delle superiori – durante un dibattito in classe mi rivolse un rimprovero tanto gentile quanto fermo.

A distanza di quarant’anni non ricordo neppure l’argomento. So solo che un mio compagno stava esprimendo il suo pensiero e io, a un certo punto, piombai a gamba tesa nella sua frase, finendola al posto suo.

"Fuorifase! (Felicemente me lo sono guadagnato poi negli anni) Non si finiscono le frasi degli altri! E' una mancanza di rispetto al pensiero di chi parla e anche a lui!"

Quel richiamo della Prof. Sarrocco era talmente giusto che, una volta smaltito l’orgoglio da sedicenne infervorato, lo feci mio. Al punto che oggi non sopporto più chi interrompe o completa discorsi o frasi altrui.

Forse è per questo che mi infastidisce persino quando Google prova a finire al posto mio la stringa che sto digitando nella barra di ricerca. Ma che ne sai, tu, se sto cercando informazioni sul "Pettirosso metafisico polimorfo onirico dalbeante dalla zampa sbilenca"?

Per carità, Google completa per agevolare l’utente. Io, invece, finivo le frasi un po’ per insicurezza, un po’ per imporre il mio pensiero.

Ops. Imporre il pensiero… Influenzare

Mi chiedo, anzi, chiedo per un amico minimal-complottaro-pressappochista: se alla lunga la gente, assuefatta a una funzione che completa per te ciò che scrivi, si disabituasse a porsi domande originali?

Perché funzioni progettate per agevolare, se interiorizzate senza consapevolezza, possono spostare lentamente il baricentro del pensiero. Si passa dal formulare una domanda al lasciarsi suggerire quale domanda porre. Non è manipolazione, ma una deriva culturale sottile e lenta; non è imposizione, ma un effetto collaterale drammatico, impercettibile e cumulativo di un automatismo comodo.

E quando l’abitudine diventa norma, l’originalità non scompare: semplicemente si assottiglia. La domanda non è più: “Cosa voglio cercare?”, ma: “Quale delle opzioni proposte assomiglia di più a ciò che credo di voler cercare?

E in tutto questo mi torna alla mente mio zio Miro che, rivolgendosi alla moglie, le chiedeva con tono romano, rassegnato ma scanzonato: "E Elì! Che vòi che vojo?"

Ma zia Elisa orientava le sue scelte perché gli voleva bene, per tenere d’occhio i suoi spuntini fuori pasto e i livelli di pressione e colesterolo.

Quando invece ci affidiamo senza discernimento a strumenti che semplificano ma orientano, questi smettono di essere supporto e diventano direzione. E sono così comodi, così immediati, così gratuiti, che non ci accorgiamo nemmeno che quella direzione non è la nostra.

E non sono mossi dall'amore premuroso di zia Elisa ma dagli interessi di multinazionali colossali, finanziate da sponsor che accumulano ricchezze senza misura.

giovedì 15 gennaio 2026

La tristezza delle icone fantasma

Stamattina presto, leggevo una riflessione interessante su un malcostume sempre più diffuso:

"Non rispondere a un messaggio (...) non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni." (Dal blog Matrimonio Cristiano)

Quante volte mandiamo un messaggio, un vocale, un pensiero, una condivisione, e dall'altra parte… Il silenzio.

La vita frenetica e l’eccesso di notifiche hanno finito per svuotare anche la comunicazione digitale. Le usiamo tutti, alcuni vivono ormai solo di chat e social. E così, piano piano, l’interlocutore si è ridotto a un’iconcina senza peso, a un francobollo sbiadito, a una pecetta marginale.

Ecco un altro tranello in cui - chi più, chi meno - siamo caduti tutti. Ho amici che conosco da trent’anni, eppure le loro chat sono piene di miei messaggi rimasti sospesi nel vuoto. All’inizio ci soffrivo.

Poi mi accorgevo che, nelle amicizie autentiche, bastava un incontro, una telefonata, meglio ancora una videochiamata per riprendere un discorso lasciato in sospeso.

In altri casi l’amicizia si riduceva a uno scambio di messaggi: la vita corre per tutti e, forse, per alcuni va bene così.

Poi ci sono quelli che, senza cattiveria deliberata, hanno trasformato la mia app di messaggistica in un piccolo cimitero di chat senza risposta. E quella cosa mi intristiva.

Col tempo però ho capito che, in un’altra epoca, sarebbero semplicemente state persone con cui, a un certo punto, ci si perdeva di vista. Senza frizioni, senza incomprensioni: era la vita che faceva il suo corso.

La rete e i social, invece, ci permettono da anni di sbirciare le vite degli altri senza entrare davvero in relazione con loro. E così ci illudiamo di avere con quelle iconcine un’amicizia, un legame, una confidenza o anche solo un rapporto di cameratismo, di vicinanza di idee, di passioni condivise.

L'amico con cui hai condiviso anni di vita intensa diventa una telefonata, poi una chat, poi una storia su Instagram o uno status su Uazzapp e a molti viene naturale ignorare un messaggio di quell'iconcina che ti ritrovi sul cellulare solo perché non hai avuto il coraggio di eliminarlo dalla rubrica.

È proprio lì che il non detto, l’assenza di relazione, emerge tutto insieme nel silenzio assordante di un messaggio lasciato senza risposta.

La soluzione, secondo me?

Una telefonata, una chiacchiera davanti a un caffè, un abbraccio: gesti semplici che possono recuperare un’amicizia sbiadita da anni di chat alle quali abbiamo affidato ciò che non potevano mantenere. Che bello quando ci si riesce...

Ma se non risponde o declina l’invito?

Allora lo si lascia andare serenamente, proprio come facevamo prima di farci lentamente rincitrullire dalla ragnatela mondiale. 

lunedì 12 gennaio 2026

Quel tranello che sbiadisce la realtà

Qualche giorno fa, in farmacia, ho incontrato un vecchio collega che non vedevo da mesi.

"Aò (passatemi il vernacolo ma da noi si usa così se c'è confidenza) quanto tempo! Come butta?"

Lui, nel tentativo un po’ goffo di mascherare un’espressione cupa e afflitta, ha risposto: "Insomma, mica tanto bene. Anzi, male direi…"

Complice il luogo dell’incontro, sinceramente preoccupato, gli ho chiesto: "Come mi dispiace… Ma che succede?"

La sua risposta è stata sorprendente: ha iniziato a elencare una serie di eventi drammatici. La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la crisi in Venezuela, e via via altri fatti reali, gravi, ma non direttamente legati alla sua vita, quelle notizie che i media rilanciano ogni giorno con costanza ossessiva.

Era autenticamente provato, quasi schiacciato dal peso di ciò che raccontava. E anche quando provavo a spostare la conversazione sulla famiglia o sul lavoro, lui tornava puntualmente a parlare di geopolitica. E poi della violenza giovanile, della polizia americana, e di tutti i folli cortocircuiti del mondo contemporaneo.

Il mio ex collega è sicuramente una persona sensibile, capace come me di lasciarsi toccare da un evento anche quando non riguarda la sua sfera personale. Ma mi ha colpito il modo in cui reagiva a quelle notizie nefaste, come se rappresentassero l’unica realtà possibile, una gabbia dalla quale non si può scappare.

Quell’incontro mi ha lasciato una sensazione strana.

Da un lato comprendevo bene la sua inquietudine: viviamo immersi in un flusso costante di notizie drammatiche, spesso enfatizzate e prive di contesto. Dall’altro, mi colpiva quanto profondamente quel continuo bombardamento informativo avesse oscurato tutto il resto, quasi cancellando la parte quotidiana, concreta e vitale della realtà. È vero: guerre, tensioni geopolitiche e crisi umanitarie esistono, e ignorarle sarebbe da stolti. Ma esiste anche la vita di tutti i giorni, fatta di normalità, di gesti positivi, di progressi silenziosi, di buone notizie che semplicemente non monetizzano.

In quel momento ho realizzato quanto sia facile, passando tante ore su internet e sui social, cadere nel tranello di confondere quel flusso selezionato di negatività con l’intero panorama dell’esistenza.

La percezione si deforma, e ciò che vediamo lì diventa, poco a poco, uno scroll dietro l'altro, la nostra unica lente di lettura. Eppure fuori dallo schermo ci sono storie che non vengono raccontate perché non sollecitano clic, progressi che non fanno rumore, realtà virtuose che il digitale non restituisce.

Usciti dalla farmacia, il mio sguardo è stato catturato da due donne bellissime e somiglianti: una molto giovane, l’altra molto anziana. Di certo una nonna e una nipote. La nonna portava con eleganza i segni di una bellezza passata, e insieme passeggiavano chiacchierando in modo vivace e complice. Mi sono passate accanto lasciando dietro di loro una scia profumata, un frammento di serenità e bellezza.

Nel frattempo il mio collega, che già prima di uscire dalla farmacia aveva sbloccato il cellulare, si è diretto verso la macchina continuando a scrollare un mondo che sembra andare sempre più a rotoli. Il volto, sempre cupo e afflitto, era lo stesso con cui mi aveva salutato all’ingresso, come se nessuna scena reale attorno a lui fosse più in grado di colpirlo.

giovedì 8 gennaio 2026

Pellegrini, romani e matti

Passeggiata mattutina prima del lavoro: qualcosa di inconsueto, almeno da un anno a questa parte, cattura la mia attenzione. Niente file chilometriche o almeno, non ancora. Alla spicciolata, gruppetti sparuti di pellegrini corrono (che si corrono poi alle sette del mattino?) diretti in basilica; Piazza San Pietro è finalmente accessibile a tutti.

Mi sporgo timidamente tra le transenne che, a pochi metri da me, per la prima volta dopo un anno si aprono in un varco che consente il libero accesso. Un po’ come quando si entra in punta di piedi in una vecchia casa riaperta dopo tanto tempo, rientro lentamente nella piazza che sento un po' mia.

Una normalità fatta di pellegrini ordinari, di romani e di matti, mi dice che il Giubileo è davvero finito.

I matti di Piazza San Pietro… Un mio amico sostiene che questa gente si raduni lì grazie a una sorta di peculiarità nella zucca, capace di sintonizzarsi con le frequenze del piombo contenuto nella cupola. Una teoria astrusa e divertente. Io preferisco pensare che si sentano accolti dall’abbraccio della Chiesa, che il Bernini ha magistralmente rappresentato nel celebre colonnato.

Quando qualcuno di loro lo consente, mi piace parlarci; sanno essere più veri dei "normali". Una di essi, 22 anni fa mi predisse pure che avrei avuto - "una bella figlia, e poi basta!", e così è stato. Qualcuno disse che Dio parla attraverso i bambini e i matti. Chissà...

In lontananza un uomo giovane canta a squarciagola e non passa inosservato, considerata l'ora. Si avvicina con un pacifico cagnolone al guinzaglio, che ogni tanto lo fissa adorante. Canta un po’ in inglese, un po’ in spagnolo, un po’ in un buffissimo italiano, annunciando l’imminente avverarsi di certe profezie e sventolando un libro nero. E' buffo, e suscita una simpatia che stride con l'ineluttabilità delle disgrazie predette.

Le forze dell’ordine — che evidentemente ne conoscono la candida inoffensività — lo lasciano fare. Ci incrociamo e, mentre continua il suo cantilenante soliloquio profetico, mi strizza l’occhio e prosegue nella sua strampalata missione di simpatico svitato.

Deve aver riconosciuto quella fettina della mia testa che, un po’ suonata come la sua, stava pensando a un verso poetico uscito dal cuore di Alda Merini una sessantina d’anni fa…

«Ero matta in mezzo ai matti.

I matti erano matti nel profondo,

alcuni sono intelligenti.

Sono nate lì le mie più belle amicizie.

I matti sono simpatici, non così dementi,

che sono tutti fuori, nel mondo.

I dementi li ho incontrati dopo,

quando sono uscita.»

Chissà cosa direbbe Alda, incontrando gli smombies di oggi che, alienati da un piccolo schermo, non parlano più da soli ma tacciono, persuasi dagli algoritmi di essere connessi al mondo mentre, in realtà, ne sono tristemente assenti.

martedì 6 gennaio 2026

L'autentico resta, non serve rincorrerlo

Con l’età ho imparato a non rincorrere più nessuno. Lascio andare senza complessi chi mi ignora, chi svaluta me o le persone che amo, chi si prende libertà non concesse.

Con la stessa serenità con cui ho lasciato uno smartphone aggiornato e performante per uno minimalista, chiuso due account Facebook, due su Twitter, uno su Instagram e uno su Pinterest, ho lasciato andare anche amicizie tossiche, conoscenze interessate e l’abitudine di rincorrere chi negli anni aveva finito con l'ignorarmi.

Quello che è rimasto – su tutti i fronti, e le persone che sono rimaste – è un insieme prezioso di realtà autentiche e vere. A cui voglio veramente bene. E non mancano belle novità che lasciano piacevolmente sorpreso.

Stamattina, però, riflettendo su questa libertà ritrovata, mi sono chiesto se tutto questo potesse essere definito ghosting. Ho una coscienza morale piuttosto severa, che ho imparato a sistemare in una sorta di sottoscala ben attrezzato: può osservare la mia vita, giudicarla quanto vuole, ma restando lontana dalla mia serenità. In altre parole, senza disturbare.

Ogni tanto, però, come una zia tutto sommato buona ma rigida e un po’ molesta, sale le scale e irrompe. E rompe... Stamattina non se ne sarebbe andata finché non avessi chiarito se questo mio lasciar andare fosse ghosting o qualcos’altro.

Così mi sono documentato usando l’IA – a dimostrazione che sono minimalista digitale ma non tecnofobo – ponendo una domanda secca, con un vincolo preciso: solo testi ufficiali di psicologia, nessuna risposta compiacente.

La risposta è stata:

"In psicologia il ghosting è definito come una strategia di evitamento non assertivo, legata alla paura del confronto e a basse competenze emotive. Il “lasciar andare”, invece, rientra nella regolazione sana dei confini interpersonali ed è espressione di autostima matura e assertività.

Come evidenziato dalla Socioemotional Selectivity Theory di Laura L. Carstensen, con il tempo le persone tendono a ridurre il numero delle relazioni per privilegiare legami emotivamente significativi, autentici e rispettosi."

Niente buoni propositi per il 2026 quindi... Solo la scelta di continuare su una strada che non è fatta di chiusure né di sparizioni, ma di rispetto reciproco. Una strada di relazioni autentiche, confini sani e dignità condivisa.

Meno rumore, meno schermi in tutti i sensi e soprattutto, nessun bisogno di rincorrere niente e nessuno.

mercoledì 31 dicembre 2025

Il mio rito pagano di fine anno (spoiler: funziona!)

C’è chi, tra San Silvestro e Capodanno, si tortura con inutili bilanci annuali. Ci cascavo anch’io, una volta. Poi il felice minimalismo digitale che pratico da qualche mese mi ha insegnato a godermi l’essenziale sensato. Non solo lì, ma un po’ in tutto.

E così niente veglionissimi (che, a ben vedere, non ci sono mai stati). Solo buona cucina, in buona compagnia.

E niente bilanci. Solo gratitudine. Quella sì. A fine anno la gratitudine è giusta, e fa stare bene. Non parlo di un sentimento vago e indefinito, ma di un vero e proprio esercizio: pratico, completo, puntuale.

Prendo l’agenda del nuovo anno — rigorosamente cartacea — e ci scrivo tutti i motivi di gratitudine per l’anno che sta finendo. Mi piace iniziare così: senza propositi impossibili, ma grato per ciò che il vecchio anno mi ha dato.

Da credente ringrazio Dio. Ma l’esercizio funziona anche se non lo sei. L’importante è essere concreti, e davvero grati per ciò che si è vissuto.

Insomma: sfoglio la vecchia agenda cercando esclusivamente fatti, eventi, persone, motivi per cui dire grazie. Tutto il resto lo scarto. E scrivo. Quest’anno ho scritto così tanto da uscire dallo spazio del 1° gennaio 2026 e ho riempito due facciate di foglio protocollo.

E, pagina dopo pagina, riaffiorano le piccole grandi cose. Come Snoopy che il primo aprile è diventato finalmente nostro anche per la legge, dopo sette anni di procedimento giudiziario. Sequestrato dai Carabinieri alla sua seviziatrice, era arrivato a casa nostra malato, traumatizzato, terrorizzato dal mondo. Oggi è un birbone felice. Ed è nostro, anche sulla carta.

Continuo a sfogliare e mi imbatto nell’impresa epica: io che monto un armadio. Per uno che non sa tenere in mano un cacciavite, qui non siamo più alla gratitudine: siamo al miracolo...

E poi le piccole comodità, come la macchinetta del caffè espresso ricevuta per il compleanno, che mi permette di gustare le fragranti miscele della torrefazione, invece di bere caffè insieme alla plastica e all'alluminio di certe capsule.

Fino alla risata più fragorosa dell’anno, provocata da un amico fraterno che potrebbe tranquillamente fare l’attore comico. Non la scrivo qua per non urtare la suscettibilità dei benpensanti ma, a distanza di una settimana, ogni volta che ci penso non riesco a restare serio.

Gratitudine, quindi? Tanta. Per queste e tante altre cose che resteranno nelle mie due facciate di protocollo.

In greco antico si dice χάρις (cháris), ma anche εὐχαριστία (eucharistía), che indica più propriamente l’azione del ringraziare. Indovinate, allora, dove finirà il mio ringraziamento del 31 dicembre? ⛪ 😉

D’altra parte, un motivo ci sarà se i colleghi mi hanno affibbiato il soprannome di “Fratacchione”, no?

martedì 30 dicembre 2025

Addomesticati prima del caffè

Ore sette e un quarto del mattino e ho già visto decine di teste piegate. Non in preghiera, ma sul cellulare.

Semaforo rosso: l’auto si ferma, lo sguardo scompare nello schermo. Attraversamento pedonale: all'alt, stesso gesto, stessa resa.

Al baretto de sor Sandro, tre uomini al tavolo accanto al mio non parlano del più e del meno. Ogni tanto uno bofonchia un commento su ciò che guarda, ipnotizzato, col capo chino sul cellulare. Gli altri annuiscono senza staccare gli occhi dal proprio.

Ai tavolini intorno, uomini e donne soli fissano il loro smartphone come si fissava un tempo il fuoco: muti, assenti, risucchiati.

Mi guardo intorno. Sono l’unico, libero — per ora — dall’incantesimo del secolo. Fuori dall’algoritmo che decide cosa devo vedere e desiderare - consapevole, però - di esserci riuscito solo da poco e di voler custodire questa conquista come un bene prezioso.

Vedo sguardi spenti e imbambolati. Ovunque. «Lo sguardo è la porta dell’anima», diceva San Giovanni Damasceno, che tra il VII e l’VIII secolo difendeva la bellezza delle immagini sacre. Oggi quella porta resta spalancata, ma entra di tutto. E niente nutre davvero.

Quante ore passano, questi sguardi, a fissare immagini inutili, spesso brutte che intasano l’anima?

Così, fin dal mattino, siamo già stanchi: distratti, appesantiti, iperstimolati. Non vediamo più chi ci cammina accanto. E quando lo vediamo, non ci tocca. Un’immagine vale l’altra. Una persona vale l’altra.

Becchiamo contenuti come galline: qua e là, ovunque. Senza più saper distinguere il qua dal là.

L’attenzione, intanto, è diventata più rara delle terre rare che oggi muovono le guerre. E come ogni risorsa preziosa, viene estratta, sfruttata, bruciata.

L’attenzione non è infinita. Ogni minuto regalato a immagini rapide e frammentate è un minuto sottratto allo sguardo di un figlio che dorme, a un’alba che chiede silenzio, al volto di chi ci ama.

L'algoritmo si sta mangiucchiando in modo lento ma inesorabile l'attenzione che dovremmo riservare a un amico che si confida, a un anziano che mendica mezz'ora di compagnia o a colleghi che non sparano più scemenze goliardiche mattutine al bar per scrollare immagini selezionate per addomesticare.

Ma vi sembra giusto tutto ciò?

domenica 28 dicembre 2025

Santo Stefano offline tra risate e connessioni vere

Come sarebbe un Natale senza social? Ve lo dico io, che ne ho appena vissuto uno per la prima volta da quando ho cancellato tutti i miei account. E no, non mi sono mancati affatto.

Senza la pressione costante delle notifiche, mi sono goduto davvero la famiglia, le cene con gli amici, i momenti in solitudine, le funzioni religiose. Proprio queste ultime sono riuscite a toccare corde che, in passato, restavano quasi immobili, soffocate dall’impellenza di correre a scrollare già dieci minuti prima della fine.

Non ho mai avvertito la mancanza di ciò che un tempo monopolizzava la mia attenzione per ore. C’è stato però un giorno — uno in particolare — in cui mi sono completamente dimenticato di avere un cellulare, per quanto minimalista, e persino di WhatsApp che nel frattempo si riempiva in silenzio (ho disattivato tutte le notifiche a parte quelle dei familiari stretti) di messaggi di auguri sinceri, immagini inoltrate senza nome e inutili “buone feste” copia-incolla che intasavano le poche chat da cui non riesco ancora a uscire del tutto.

Mi riferisco alla serata di Santo Stefano: attorno a una tavola imbandita, tre generazioni — dai 17 agli 86 anni — hanno riso, scherzato e giocato insieme, passando da una tombolata allegra e scanzonata al gioco dell’impostore, dimostrando che, quando ci si guarda negli occhi, nessuno sente davvero il bisogno di guardare uno schermo.

L'impostore è un gioco sociale di osservazione e bluff: tramite un’unica app su un solo cellulare, che viene passato di mano in mano (ma si può fare anche con semplici foglietti), ogni giocatore guarda in segreto il proprio ruolo.

Tutti condividono la stessa informazione, tranne uno — l’impostore — che non sa di cosa si stia parlando e deve fingere di saperlo. Attraverso domande, risposte ambigue, intuizioni e sospetti, il gruppo cerca di capire chi sta mentendo, mentre l’impostore prova a mimetizzarsi senza farsi scoprire.

Tra gli sfondoni dello zio, i voli pindarici del nipote liceale, i doppi sensi involontari della zia pura di cuore e i non sensi garbati della nonna, finivamo sempre col perdere il conto di vincitori e vinti.

Persi tra polemiche familiari sulla validità di un ragionamento, risate a crepapelle che facevano tremare il tavolo tra un torrone e un dolcetto e, improvvise pause per riprendere fiato, ridere diventava quasi più protagonista del giocare.

Forse è stato proprio questo, alla fine, il regalo più grande di quel Santo Stefano senza social: accorgersi che il tempo, quando non è frammentato da notifiche e distrazioni, torna a essere tempo pieno. Tempo abitato.

Abitato da risate scomposte, ragionamenti assurdi, comici equivoci generazionali, che non sentono l'urgenza di essere postate perché bastano a se stesse

E forse, il regalo più bello di questo Santo Stefano è stato l'aver capito e sentito che la vera connessione è quella che passa dagli sguardi e dalle parole reali. In quei momenti, il telefono diventa inutile e l’attenzione torna finalmente a essere un dono

E nasce un sentimento profondo di gratitudine per quegli amici fraterni, scanzonati e veri — i “parenti scelti”, come li chiamo io — capaci di riempire la serata di risate e il tavolo di un caos caloroso e divertente.

Non postano, non mettono like, magari saltano qualche status, ma sai che loro ci saranno sempre, per una chiacchierata profonda come per una di quelle risate che aggiustano tutto per un po'.

mercoledì 24 dicembre 2025

Quel trenino del 76 e l'amore che ancora vibra forte

C’era una volta il Natale, quello che profumava di resina dell’albero vero, decorato con palline di vetro custodite come reliquie. E quando se ne rompeva una, il tempo sembrava fermarsi per qualche minuto.

C’era una volta il Natale che sapeva di muschio raccolto in campagna e di cortecce trasformate in capanne, fienili, stalle e argini di fiumi.

C’era una volta il Natale che impregnava la casa dell'odore di sughi lasciati sobbollire per ore, di bambini che fissavano per giorni un unico pacchetto. Bambini che sognavano, che grazie alla noia fantasticavano e che, una volta scartato con emozione il dono tanto atteso, lo avrebbero ricordato per sempre.

Fu con quella emozione che, il 25 dicembre del 1976, scartai lentamente, senza strapparla, la carta blu a righe e stelle dorate - sì, ricordo anche l'incarto - che rivelò poco a poco il meraviglioso trenino che avevo tanto desiderato.

C’era una volta il Natale, fatto di piccoli gesti colmi di significato, come quel trenino del ’76, mai apparso su un social e mai fotografato. Eppure l’amore con cui i miei genitori lo prepararono e lo incartarono con cura vibra ancora nel mio petto, anche dopo quasi mezzo secolo.

Basta solo che ci pensi un attimo.

Poi guardo le luminarie che decorano negozi, condomini e strade e che sembrano festeggiare tutto, tranne il grande assente del venticinque dicembre. Un trionfo di luce dal fascino indiscutibile, ma a cui manca qualcosa. Qualcuno.

In questo mio primo Natale senza social penso agli alberi postati, agli unboxing che riempiranno reel e storie. E alle tavole imbandite che faranno capolino negli status destinati a svanire dopo ventiquattr’ore dagli schermi e dai cuori.

Miliardi di foto e video che resteranno invece sui server di Meta e di altri potentissimi provider, conservati per alimentare algoritmi sempre più efficienti nel tenerci incollati allo schermo e accrescere il profitto delle multinazionali IT.

C’è un po’ di malinconia tra le righe di questo post? Forse, perché a volte anch’io mi lascio trascinare dal circo delle festività senza festeggiato. E non mi basta affatto. 

E se la soluzione al Christmas blues fosse proprio prendersi una pausa offline, assaporando poche cose ma autentiche, e cercando di scoprire chi sia quel Bambino che è riuscito a dividere la storia in due?

sabato 20 dicembre 2025

La voce del bene che non ascoltavo

Seduto al bar, sorseggio quel caffè mattutino senza il quale non riuscirei a ricordare nemmeno come mi chiamo.

Un paio di tavolini più in là, due portantine dell’ospedale Santo Spirito chiacchierano a bassa voce. Non c’è nessuno oltre a noi e riesco a sentire una di loro che dice di lavorare proprio volentieri, con passione e curiosità.

E si stupisce quando alcuni colleghi, svogliati e demotivati, chiedono se tirare su le coperte a un anziano che non ci riesce sia o meno nel loro mansionario.

"Ma vie’ naturale fallo, no? Senza manco stàsselo a chiede, abbasta méttece 'n po' d'amore", chiosa la signora, il cui accento mi ricorda tanto quello di mia cugina Cinzia.

Poi esco, come ogni mattina mi perdo tra i vicoli di Borgo Pio e i meandri dei miei pensieri sbilenchi. Una clochard anziana, magra ma ben vestita mi chiede due spicci per il caffè.

La ignoro pensando che non tocca mica a me mantenere i poveri di Roma distribuendo i resti dei miei caffè mattutini e...

SBAM!

Di botto, cozzo violentemente contro quella frase sentita pochi minuti prima nel baretto de Sor' Sandro.

Come una robusta vigilatrice che mi aspetta al varco con le braccione conserte, si erge ferma e inflessibile davanti a me, rivelandomi all'improvviso che quel rifiuto, logico e forse anche sensato, nasceva da un'assenza: quell'amore di cui parlava la portantina.

L'amore che ti porta a fare senza giudicare.

Raramente le occasioni di fare il bene si ripresentano esattamente nella stessa forma in cui si sono palesate una prima volta, ma qualche minuto dopo l'anziana magrolina e gentile incrocia di nuovo il mio cammino.

Memore del mio rifiuto, distoglie lo sguardo con rassegnazione ma, fattomi coraggio, riesco a blaterare un impacciato: "Mi scusi sa, ma non ho che il resto del caffè, è poco…" - "Ma per me è tanto! Grazie sa… Grazie!"

Com’è andata a finire? Che il muro del mio pregiudizio, abbattuto da una frase di una portantina amorevole, ha lasciato spazio persino a un sincero: "Ma com’è successo che è finita in strada?" Ed è iniziato il racconto di una vita che forse, chissà, racconterò un’altra volta.

Ho abbandonato i social da sei mesi e mi chiedo: se stamattina fossi rimasto incollato a scrollare la timeline di Instagram, avrei mai sentito quella frase capace di abbattere quel pregiudizio che mi faceva evitare l’anziana magrolina che chiede spicci per i vicoli romani?

---

P.S. Questo post, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca.