mercoledì 31 dicembre 2025

Il mio rito pagano di fine anno (spoiler: funziona!)

C’è chi, tra San Silvestro e Capodanno, si tortura con inutili bilanci annuali. Ci cascavo anch’io, una volta. Poi il felice minimalismo digitale che pratico da qualche mese mi ha insegnato a godermi l’essenziale sensato. Non solo lì, ma un po’ in tutto.

E così niente veglionissimi (che, a ben vedere, non ci sono mai stati). Solo buona cucina, in buona compagnia.

E niente bilanci. Solo gratitudine. Quella sì. A fine anno la gratitudine è giusta, e fa stare bene. Non parlo di un sentimento vago e indefinito, ma di un vero e proprio esercizio: pratico, completo, puntuale.

Prendo l’agenda del nuovo anno — rigorosamente cartacea — e ci scrivo tutti i motivi di gratitudine per l’anno che sta finendo. Mi piace iniziare così: senza propositi impossibili, ma grato per ciò che il vecchio anno mi ha dato.

Da credente ringrazio Dio. Ma l’esercizio funziona anche se non lo sei. L’importante è essere concreti, e davvero grati per ciò che si è vissuto.

Insomma: sfoglio la vecchia agenda cercando esclusivamente fatti, eventi, persone, motivi per cui dire grazie. Tutto il resto lo scarto. E scrivo. Quest’anno ho scritto così tanto da uscire dallo spazio del 1° gennaio 2026 e ho riempito due facciate di foglio protocollo.

E, pagina dopo pagina, riaffiorano le piccole grandi cose. Come Snoopy che il primo aprile è diventato finalmente nostro anche per la legge, dopo sette anni di procedimento giudiziario. Sequestrato dai Carabinieri alla sua seviziatrice, era arrivato a casa nostra malato, traumatizzato, terrorizzato dal mondo. Oggi è un birbone felice. Ed è nostro, anche sulla carta.

Continuo a sfogliare e mi imbatto nell’impresa epica: io che monto un armadio. Per uno che non sa tenere in mano un cacciavite, qui non siamo più alla gratitudine: siamo al miracolo...

E poi le piccole comodità, come la macchinetta del caffè espresso ricevuta per il compleanno, che mi permette di gustare le fragranti miscele della torrefazione, invece di bere caffè insieme alla plastica e all'alluminio di certe capsule.

Fino alla risata più fragorosa dell’anno, provocata da un amico fraterno che potrebbe tranquillamente fare l’attore comico. Non la scrivo qua per non urtare la suscettibilità dei benpensanti ma, a distanza di una settimana, ogni volta che ci penso non riesco a restare serio.

Gratitudine, quindi? Tanta. Per queste e tante altre cose che resteranno nelle mie due facciate di protocollo.

In greco antico si dice χάρις (cháris), ma anche εὐχαριστία (eucharistía), che indica più propriamente l’azione del ringraziare. Indovinate, allora, dove finirà il mio ringraziamento del 31 dicembre? ⛪ 😉

D’altra parte, un motivo ci sarà se i colleghi mi hanno affibbiato il soprannome di “Fratacchione”, no?

martedì 30 dicembre 2025

Addomesticati prima del caffè

Ore sette e un quarto del mattino e ho già visto decine di teste piegate. Non in preghiera, ma sul cellulare.

Semaforo rosso: l’auto si ferma, lo sguardo scompare nello schermo. Attraversamento pedonale: all'alt, stesso gesto, stessa resa.

Al baretto de sor Sandro, tre uomini al tavolo accanto al mio non parlano del più e del meno. Ogni tanto uno bofonchia un commento su ciò che guarda, ipnotizzato, col capo chino sul cellulare. Gli altri annuiscono senza staccare gli occhi dal proprio.

Ai tavolini intorno, uomini e donne soli fissano il loro smartphone come si fissava un tempo il fuoco: muti, assenti, risucchiati.

Mi guardo intorno. Sono l’unico, libero — per ora — dall’incantesimo del secolo. Fuori dall’algoritmo che decide cosa devo vedere e desiderare - consapevole, però - di esserci riuscito solo da poco e di voler custodire questa conquista come un bene prezioso.

Vedo sguardi spenti e imbambolati. Ovunque. «Lo sguardo è la porta dell’anima», diceva San Giovanni Damasceno, che tra il VII e l’VIII secolo difendeva la bellezza delle immagini sacre. Oggi quella porta resta spalancata, ma entra di tutto. E niente nutre davvero.

Quante ore passano, questi sguardi, a fissare immagini inutili, spesso brutte che intasano l’anima?

Così, fin dal mattino, siamo già stanchi: distratti, appesantiti, iperstimolati. Non vediamo più chi ci cammina accanto. E quando lo vediamo, non ci tocca. Un’immagine vale l’altra. Una persona vale l’altra.

Becchiamo contenuti come galline: qua e là, ovunque. Senza più saper distinguere il qua dal là.

L’attenzione, intanto, è diventata più rara delle terre rare che oggi muovono le guerre. E come ogni risorsa preziosa, viene estratta, sfruttata, bruciata.

L’attenzione non è infinita. Ogni minuto regalato a immagini rapide e frammentate è un minuto sottratto allo sguardo di un figlio che dorme, a un’alba che chiede silenzio, al volto di chi ci ama.

L'algoritmo si sta mangiucchiando in modo lento ma inesorabile l'attenzione che dovremmo riservare a un amico che si confida, a un anziano che mendica mezz'ora di compagnia o a colleghi che non sparano più scemenze goliardiche mattutine al bar per scrollare immagini selezionate per addomesticare.

Ma vi sembra giusto tutto ciò?

domenica 28 dicembre 2025

Santo Stefano offline tra risate e connessioni vere

Come sarebbe un Natale senza social? Ve lo dico io, che ne ho appena vissuto uno per la prima volta da quando ho cancellato tutti i miei account. E no, non mi sono mancati affatto.

Senza la pressione costante delle notifiche, mi sono goduto davvero la famiglia, le cene con gli amici, i momenti in solitudine, le funzioni religiose. Proprio queste ultime sono riuscite a toccare corde che, in passato, restavano quasi immobili, soffocate dall’impellenza di correre a scrollare già dieci minuti prima della fine.

Non ho mai avvertito la mancanza di ciò che un tempo monopolizzava la mia attenzione per ore. C’è stato però un giorno — uno in particolare — in cui mi sono completamente dimenticato di avere un cellulare, per quanto minimalista, e persino di WhatsApp che nel frattempo si riempiva in silenzio (ho disattivato tutte le notifiche a parte quelle dei familiari stretti) di messaggi di auguri sinceri, immagini inoltrate senza nome e inutili “buone feste” copia-incolla che intasavano le poche chat da cui non riesco ancora a uscire del tutto.

Mi riferisco alla serata di Santo Stefano: attorno a una tavola imbandita, tre generazioni — dai 17 agli 86 anni — hanno riso, scherzato e giocato insieme, passando da una tombolata allegra e scanzonata al gioco dell’impostore, dimostrando che, quando ci si guarda negli occhi, nessuno sente davvero il bisogno di guardare uno schermo.

L'impostore è un gioco sociale di osservazione e bluff: tramite un’unica app su un solo cellulare, che viene passato di mano in mano (ma si può fare anche con semplici foglietti), ogni giocatore guarda in segreto il proprio ruolo.

Tutti condividono la stessa informazione, tranne uno — l’impostore — che non sa di cosa si stia parlando e deve fingere di saperlo. Attraverso domande, risposte ambigue, intuizioni e sospetti, il gruppo cerca di capire chi sta mentendo, mentre l’impostore prova a mimetizzarsi senza farsi scoprire.

Tra gli sfondoni dello zio, i voli pindarici del nipote liceale, i doppi sensi involontari della zia pura di cuore e i non sensi garbati della nonna, finivamo sempre col perdere il conto di vincitori e vinti.

Persi tra polemiche familiari sulla validità di un ragionamento, risate a crepapelle che facevano tremare il tavolo tra un torrone e un dolcetto e, improvvise pause per riprendere fiato, ridere diventava quasi più protagonista del giocare.

Forse è stato proprio questo, alla fine, il regalo più grande di quel Santo Stefano senza social: accorgersi che il tempo, quando non è frammentato da notifiche e distrazioni, torna a essere tempo pieno. Tempo abitato.

Abitato da risate scomposte, ragionamenti assurdi, comici equivoci generazionali, che non sentono l'urgenza di essere postate perché bastano a se stesse

E forse, il regalo più bello di questo Santo Stefano è stato l'aver capito e sentito che la vera connessione è quella che passa dagli sguardi e dalle parole reali. In quei momenti, il telefono diventa inutile e l’attenzione torna finalmente a essere un dono

E nasce un sentimento profondo di gratitudine per quegli amici fraterni, scanzonati e veri — i “parenti scelti”, come li chiamo io — capaci di riempire la serata di risate e il tavolo di un caos caloroso e divertente.

Non postano, non mettono like, magari saltano qualche status, ma sai che loro ci saranno sempre, per una chiacchierata profonda come per una di quelle risate che aggiustano tutto per un po'.

mercoledì 24 dicembre 2025

Quel trenino del 76 e l'amore che ancora vibra forte

C’era una volta il Natale, quello che profumava di resina dell’albero vero, decorato con palline di vetro custodite come reliquie. E quando se ne rompeva una, il tempo sembrava fermarsi per qualche minuto.

C’era una volta il Natale che sapeva di muschio raccolto in campagna e di cortecce trasformate in capanne, fienili, stalle e argini di fiumi.

C’era una volta il Natale che impregnava la casa dell'odore di sughi lasciati sobbollire per ore, di bambini che fissavano per giorni un unico pacchetto. Bambini che sognavano, che grazie alla noia fantasticavano e che, una volta scartato con emozione il dono tanto atteso, lo avrebbero ricordato per sempre.

Fu con quella emozione che, il 25 dicembre del 1976, scartai lentamente, senza strapparla, la carta blu a righe e stelle dorate - sì, ricordo anche l'incarto - che rivelò poco a poco il meraviglioso trenino che avevo tanto desiderato.

C’era una volta il Natale, fatto di piccoli gesti colmi di significato, come quel trenino del ’76, mai apparso su un social e mai fotografato. Eppure l’amore con cui i miei genitori lo prepararono e lo incartarono con cura vibra ancora nel mio petto, anche dopo quasi mezzo secolo.

Basta solo che ci pensi un attimo.

Poi guardo le luminarie che decorano negozi, condomini e strade e che sembrano festeggiare tutto, tranne il grande assente del venticinque dicembre. Un trionfo di luce dal fascino indiscutibile, ma a cui manca qualcosa. Qualcuno.

In questo mio primo Natale senza social penso agli alberi postati, agli unboxing che riempiranno reel e storie. E alle tavole imbandite che faranno capolino negli status destinati a svanire dopo ventiquattr’ore dagli schermi e dai cuori.

Miliardi di foto e video che resteranno invece sui server di Meta e di altri potentissimi provider, conservati per alimentare algoritmi sempre più efficienti nel tenerci incollati allo schermo e accrescere il profitto delle multinazionali IT.

C’è un po’ di malinconia tra le righe di questo post? Forse, perché a volte anch’io mi lascio trascinare dal circo delle festività senza festeggiato. E non mi basta affatto. 

E se la soluzione al Christmas blues fosse proprio prendersi una pausa offline, assaporando poche cose ma autentiche, e cercando di scoprire chi sia quel Bambino che è riuscito a dividere la storia in due?

sabato 20 dicembre 2025

La voce del bene che non ascoltavo

Seduto al bar, sorseggio quel caffè mattutino senza il quale non riuscirei a ricordare nemmeno come mi chiamo.

Un paio di tavolini più in là, due portantine dell’ospedale Santo Spirito chiacchierano a bassa voce. Non c’è nessuno oltre a noi e riesco a sentire una di loro che dice di lavorare proprio volentieri, con passione e curiosità.

E si stupisce quando alcuni colleghi, svogliati e demotivati, chiedono se tirare su le coperte a un anziano che non ci riesce sia o meno nel loro mansionario.

"Ma vie’ naturale fallo, no? Senza manco stàsselo a chiede, abbasta méttece 'n po' d'amore", chiosa la signora, il cui accento mi ricorda tanto quello di mia cugina Cinzia.

Poi esco, come ogni mattina mi perdo tra i vicoli di Borgo Pio e i meandri dei miei pensieri sbilenchi. Una clochard anziana, magra ma ben vestita mi chiede due spicci per il caffè.

La ignoro pensando che non tocca mica a me mantenere i poveri di Roma distribuendo i resti dei miei caffè mattutini e...

SBAM!

Di botto, cozzo violentemente contro quella frase sentita pochi minuti prima nel baretto de Sor' Sandro.

Come una robusta vigilatrice che mi aspetta al varco con le braccione conserte, si erge ferma e inflessibile davanti a me, rivelandomi all'improvviso che quel rifiuto, logico e forse anche sensato, nasceva da un'assenza: quell'amore di cui parlava la portantina.

L'amore che ti porta a fare senza giudicare.

Raramente le occasioni di fare il bene si ripresentano esattamente nella stessa forma in cui si sono palesate una prima volta, ma qualche minuto dopo l'anziana magrolina e gentile incrocia di nuovo il mio cammino.

Memore del mio rifiuto, distoglie lo sguardo con rassegnazione ma, fattomi coraggio, riesco a blaterare un impacciato: "Mi scusi sa, ma non ho che il resto del caffè, è poco…" - "Ma per me è tanto! Grazie sa… Grazie!"

Com’è andata a finire? Che il muro del mio pregiudizio, abbattuto da una frase di una portantina amorevole, ha lasciato spazio persino a un sincero: "Ma com’è successo che è finita in strada?" Ed è iniziato il racconto di una vita che forse, chissà, racconterò un’altra volta.

Ho abbandonato i social da sei mesi e mi chiedo: se stamattina fossi rimasto incollato a scrollare la timeline di Instagram, avrei mai sentito quella frase capace di abbattere quel pregiudizio che mi faceva evitare l’anziana magrolina che chiede spicci per i vicoli romani?

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P.S. Questo post, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca.

mercoledì 17 dicembre 2025

L'unico modo per uscirne è... Uscire

Passeggiando per il centro, noto un ottico e mi infilo dentro per curiosare tra le montature. Chi, come me, indossa gli occhiali dal primo sbadiglio del mattino fino all’ultimo istante prima di dormire, mi può capire.

Dopo nemmeno due montature, un commesso gentile ma deciso mi piomba addosso proponendomi una linea esclusiva.

"No grazie, sto solo guardando."

"Sta cercando qualcosa in particolare? C’è la nuova linea Blabla, con blablabla e poi blabla…"

"Si si, belle, ma porto solo occhiali tondi."

Non faccio nemmeno in tempo a concludere la frase che mi mostra - insistente - una sfilza di modelli: originali, futuristici, squadrati. Tutto tranne che tondi.

"Tutti molto belli, ma a me piacciono tondi."

"Eh, ma i tondi non vanno più di moda."

"Capisco, ma a me piacciono proprio i tondi e fuori moda."

"Questi ricordano i tondi ma sono la versione 2.0 che…"

"La ringrazio ma..." - Come se non avessi parlato continua con la sua cascata di proposte non richieste.

"Ha visto la linea Blablabla della serie Blabla? Lenti blablabla, trattamento speciale blablabla, esclusiva assoluta, assistenza pluriennale e…"

A quel punto lo saluto, esco e mi riprendo la mia pace, fuori dal negozio di occhiali, consapevole di aver commesso solo un errore: dialogare con chi voleva comunicare a senso unico.

Ora, prova a sostituire il negozio di ottica con i social media. Rileggi tutto e cerca le analogie.

Ti rovesciano addosso un mare di proposte, ti invitano a comprare, dandoti l'illusione di assecondare i tuoi gusti quando in realtà ti stanno influenzando secondo le tendenze di mercato che vendono di più e che fanno comodo a loro.

Ecco, in quel momento, persino sapere cosa ti piace davvero è un atto di resistenza silenziosa. E quando le sollecitazioni diventano eccessive, forse la vera esclusiva è uscire un attimo, respirare e ricordarsi che si può stare bene anche senza nessuna nuova linea Blablabla.

Che per me vuol dire andare offline, respirare, ricordandomi che posso stare bene anche senza nessuno scrolling Blablabla.

venerdì 12 dicembre 2025

Occhi vigili, mente serena

Vi siete mai chiesti cosa state davvero guardando? Se ciò su cui posate lo sguardo vi fa bene o vi fa male?

Nessuno ci ha educato a vigilare sulle immagini che assorbiamo ogni giorno. 

Decenni di televisione e ormai anni di scrolling senza prudenza ci hanno resi insensibili, capaci di inghiottire immagini che un tempo ci avrebbero imbarazzato.

L’imbarazzo. Ultimamente lo sto rivalutando: è un termometro che segnala quando qualcosa – un gesto, un atteggiamento, un’immagine, persino una persona – inizia a non farmi bene.

Se l’imbarazzo nasce da un’immagine in tv, cambio canale. Se nasce in rete, esco a strappo dal sito senza rimpianti.

Se nasce da una persona, cerco di spiegare, poi parlo francamente ma con rispetto, soprattutto se ci tengo, poi non insisto e lascio andare.

Mi viene in mente una storiella attribuita a un anziano Cherokee. Non so se sia vera, ma esprime un concetto potente.

Un anziano dice al nipote:

“Dentro ognuno di noi ci sono due lupi. Uno è il lupo della rabbia, dell’invidia, della gelosia, della superbia, della menzogna. L’altro è il lupo della serenità, della gentilezza, della compassione, della verità.

E i due lupi lottano dentro di te e dentro ogni persona.”

Il nipote chiede: “Quale dei due vince?”

Risposta: “Quello che nutri.”

Quando permetto alle immagini di entrare nei miei occhi senza filtri, senza prudenza, nutro entrambi i lupi: quello della serenità e quello della rabbia. E così, invece di scegliere quale far crescere, finisco per alimentare anche ciò che mi fa stare male.

Diventa allora un atto di cura – e persino di libertà – vigilare su ciò che guardo: selezionare con attenzione, chiudere schede, cambiare canale, allontanarmi da ciò e da chi non nutre il lupo giusto. Perché non è solo questione di immagini, ma di quale parte di me decido di far vivere.

mercoledì 10 dicembre 2025

Segnaposti sonori in cerca di senso

Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi. Sembrano nomi di protagonisti di una saga fantasy.

Alcuni di essi sono arrivati alle mie orecchie di minimalista digitale attempato, apprendendo la notizia dei cantanti scelti da Carlo Conti per il prossimo festival di Sanremo.

In effetti sono colleghi dei più famosi Rkomi, Bresh, e del notissimo (ahimè) Fedez e, forse, funzionano proprio per lo stesso motivo per cui funzionerebbero in una saga fantasy.

Non indicano età, genere, provenienza geografica. Sono etichette di un'entità astratta, nomi dal suono alieno. Non vogliono sembrare reali e sembrano progettati per esprimere un personaggio più che una persona.

Non so, e non pretendo di spiegare se dietro a questi nomi ci sia la creatività di chi vuole esprimere qualcosa di nuovo, il giovane dall'animo celato che in qualche modo si protegge, o se si tratti di mero marketing discografico.

Ma osservo e ciò che noto sono artisti che vogliono sembrare altro, non appartenere a un luogo, a un tempo, ma che finiscono per creare una micro famiglia di nomi artistici italiani che funzionano come nomi fantasy.

Nomi che sembrano universali ma che alla fine funzionano come segni tribali. “Si chiamano tutti allo stesso modo” - commentavo giorni fa con mia moglie - ma forse siamo noi a non possedere il dizionario simbolico necessario per distinguerli.

Sembrano delle rune, segni simbolici che però facciamo fatica a leggere. Una runa non racconta una storia, non spiega un’origine, non descrive una persona: segna una presenza. Dice “c’è qualcosa qui”, non “ecco chi è”.

Forse è proprio la nostra generazione ad aver consegnato alla loro, tempi poco leggibili, ad averli irresponsabilmente buttati in un mondo digitale che crea più ansia che senso di libertà. Un mondo in cui vale tutto e puoi essere tutto e il contrario di tutto. E alla fine non sai più che sei. Chissà...

E allora, forse, Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi, non sono grida di originalità ma dei segnaposti che dicono - sono qua ma non so ancora cosa significhi esserlo. Sono qua ma non so chi sono.

E la colpa è anche un po' nostra.

giovedì 4 dicembre 2025

Oltre lo schermo: piccoli gesti di libertà tra bit e penne

Si è cominciato coi calcoli, ricordo quando abbiamo smesso di farli a penna per usare una calcolatrice. Erano gli anni ottanta ma mi sembra ieri quando la maestra Eleonora prediceva che avremmo perso certe competenze.

A differenza delle maestre di oggi, Eleonora (classe 1929) non era laureata ma, a dispetto di una scuola magistrale solo quadriennale, trasmetteva la passione per la letteratura, il piacere della scrittura e insegnava persino a calcolare le radici quadrate a mano.

Poi è arrivata la videoscrittura, pratica, efficiente, e nei decenni intere generazioni hanno perso il piacere di sentire l'inchiostro che scorre sulla carta e il pensiero che rallenta e si riordina, una parola dietro l'altra.

L'archiviazione su disco, poi la musica su device digitali, e poi le foto, i documenti, i video. Abbiamo trasferito tutto su computer, poi tutto online. È il progresso, che permette oggi di fare molte più cose in tempi così ridotti che nemmeno il più fecondo scrittore di fantascienza sarebbe riuscito a immaginare a quei tempi.

Negli anni si è formato un sistema digitale globale mastodontico,  che ha inglobato intrattenimento, commercio, comunicazione, transazioni bancarie, la sanità (si pensi alle ricette digitali) la burocrazia e il lavoro.

Tutto passa ormai per questa metastruttura digitale, persino le sigarette, quasi sostituite dallo svapo elettronico, ci mostrano come ogni gesto umano venga assorbito, reinterpretato e “filtrato” da questa realtà che ridisegna il mondo fisico.

La dinamica è sempre la stessa: un oggetto o un’azione analogica → viene digitalizzata → poi integrata → poi controllata → poi diventa dipendente dall' ecosistema digitale.

Che a sua volta è dipendente da un'unica base materiale: l'elettricità.

Il nuovo mondo non è senza materia: è fatto di server, data center, batterie, antenne, cavi sotto l’oceano, centrali elettriche.

Una dipendenza molto più rigida e centralizzata rispetto agli strumenti analogici del passato. Un libro, una chiave, una mappa, un orologio, un diario funzionavano senza elettricità. La loro “esistenza” era autonoma. Libera?

Oggi la memoria vive nel cloud, le chiavi sono codici digitali, le mappe sono applicazioni, l'accesso a servizi anagrafici e bancari passa per la rete, e anche le relazioni…

Penso poi alle competenze perse negli anni: fare calcoli a mano, scrivere, ricordare un indirizzo, memorizzare un percorso, archiviare, riparare, ricordare, pianificare a mente stare concentrati su attività prolungate. Competenze diffuse, piccole ma vitali, che garantivano una certa autosufficienza quotidiana.

Dove sono finite? Online anch'esse?

La mia fantasia da vecchio lettore di fantascienza immagina un blackout globale...

Basterebbero pochi minuti per spegnere memorie, identità digitali, pagamenti, comunicazioni, mappe, servizi, logistica, accessi. E, senza le competenze che abbiamo perso dando per scontato che un dispositivo se ne occupasse al posto nostro, saremmo fritti.

Persi, bloccati.

Forse non sono che un boomer nostalgico di carta e penna, un minimalista digitale entusiasta dalla fantasia fervida, che ogni tanto immagina una crisi finanziaria, o geopolitica, o una guerra che dai confini slavi di un'Europa che percepiamo lontana arrivi fino a noi…

Ma si, sono esercizi mentali e poetici nati da una fantasia troppo fervida. Però, per stare tranquillo — e per non dimenticare che un tempo sapevo fare le cose anche senza uno schermo — ho deciso di ricominciare a fare, dove posso, le versioni analogiche delle attività che il digitale ha inglobato.

E allora scrivo a mano. L'agenda, i libri, l'indirizzario, sono cartacei. Memorizzo un indirizzo e il percorso che devo fare per arrivare a destinazione.

Se non posso fare altrimenti, uso la rete e i device dei nostri tempi, non rifiuto il presente, ma intanto mantengo quel po' di autonomia, quella scorta di competenze che non hanno bisogno né di batterie né di Wi-Fi.

martedì 2 dicembre 2025

Come ti monetizzo la rabbia

Leggo con interesse che l’Oxford University Press ha scelto come parola dell’anno rage bait.

Si tratta – spiega la casa editrice dell’Università di Oxford – di tecniche manipolative usate per aumentare l’interazione online. La loro diffusione è esplosa: l’uso dell’espressione è triplicato in soli dodici mesi.

Quando nasce un nuovo termine, vale sempre la pena capirlo: spesso rivela fenomeni che ci riguardano molto più di quanto pensiamo.

Gli algoritmi – o meglio, le aziende che li programmano e decidono cosa vedremo nei social e perfino nelle ricerche online – utilizzano il rage bait per sfruttare la nostra emotività e trasformarla in visibilità, clic, profitto.

Come funziona?

  • Titoli e frasi volutamente provocatorie che amplificano il senso di ingiustizia.
  • Notizie reali distorte o esagerate per farci arrabbiare.
  • Opinioni polarizzanti spacciate per verità indiscutibili.
  • Temi sensibili (politica, identità, morale, attualità) scelti a posta per farci reagire d’istinto.

E chi ci casca?

Praticamente tutti. Soprattutto chi scorre veloce, senza riflettere. Magari non commentiamo indignati, ma clicchiamo. E quel clic basta: il meccanismo ingrana e la piattaforma incassa.

A voi non fa sentire un po' manipolati? Non siete un prodotto. La vostra rabbia non dovrebbe essere monetizzabile, ma lo è al punto che la cosa ha generato una nuova parola.

Non ho una soluzione definitiva al problema. Ma so che la mia reazione può diventare il primo vero argine.

Come?

  1. Mi fermo un secondo, attendo, prima di cliccare.
  2. Controllo la fonte: chi vuole la mia attenzione?
  3. Non commento a caldo. Mai.
  4. Scelgo solo informazioni di qualità. Se un sito usa il rage bait, lo elimino dal mio mondo digitale. Per sempre e senza complessi.

E se non basta?

Forse non tutti saranno d’accordo, ma il minimalismo digitale radicale funziona davvero: niente social, niente commenti, telefono essenziale, Internet solo da PC, quando e come decido io.

Risultato? Tempo ritrovato. Mente più libera. Zero manipolazioni.

Non serve credermi.

Basta provare.