C’è chi, tra San Silvestro e Capodanno, si tortura con inutili bilanci annuali. Ci cascavo anch’io, una volta. Poi il felice minimalismo digitale che pratico da qualche mese mi ha insegnato a godermi l’essenziale sensato. Non solo lì, ma un po’ in tutto.
E così niente veglionissimi (che, a ben vedere, non ci sono mai stati). Solo buona cucina, in buona compagnia.
E niente bilanci. Solo gratitudine. Quella sì. A fine anno la gratitudine è giusta, e fa stare bene. Non parlo di un sentimento vago e indefinito, ma di un vero e proprio esercizio: pratico, completo, puntuale.
Prendo l’agenda del nuovo anno — rigorosamente cartacea — e ci scrivo tutti i motivi di gratitudine per l’anno che sta finendo. Mi piace iniziare così: senza propositi impossibili, ma grato per ciò che il vecchio anno mi ha dato.
Da credente ringrazio Dio. Ma l’esercizio funziona anche se non lo sei. L’importante è essere concreti, e davvero grati per ciò che si è vissuto.
Insomma: sfoglio la vecchia agenda cercando esclusivamente fatti, eventi, persone, motivi per cui dire grazie. Tutto il resto lo scarto. E scrivo. Quest’anno ho scritto così tanto da uscire dallo spazio del 1° gennaio 2026 e ho riempito due facciate di foglio protocollo.
E, pagina dopo pagina, riaffiorano le piccole grandi cose. Come Snoopy che il primo aprile è diventato finalmente nostro anche per la legge, dopo sette anni di procedimento giudiziario. Sequestrato dai Carabinieri alla sua seviziatrice, era arrivato a casa nostra malato, traumatizzato, terrorizzato dal mondo. Oggi è un birbone felice. Ed è nostro, anche sulla carta.
Continuo a sfogliare e mi imbatto nell’impresa epica: io che monto un armadio. Per uno che non sa tenere in mano un cacciavite, qui non siamo più alla gratitudine: siamo al miracolo...
E poi le piccole comodità, come la macchinetta del caffè espresso ricevuta per il compleanno, che mi permette di gustare le fragranti miscele della torrefazione, invece di bere caffè insieme alla plastica e all'alluminio di certe capsule.
Fino alla risata più fragorosa dell’anno, provocata da un amico fraterno che potrebbe tranquillamente fare l’attore comico. Non la scrivo qua per non urtare la suscettibilità dei benpensanti ma, a distanza di una settimana, ogni volta che ci penso non riesco a restare serio.
Gratitudine, quindi? Tanta. Per queste e tante altre cose che resteranno nelle mie due facciate di protocollo.
In greco antico si dice χάρις (cháris), ma anche εὐχαριστία (eucharistía), che indica più propriamente l’azione del ringraziare. Indovinate, allora, dove finirà il mio ringraziamento del 31 dicembre? ⛪ 😉
D’altra parte, un motivo ci sarà se i colleghi mi hanno affibbiato il soprannome di “Fratacchione”, no?