mercoledì 31 dicembre 2025

Il mio rito pagano di fine anno (spoiler: funziona!)

C’è chi, tra San Silvestro e Capodanno, si tortura con inutili bilanci annuali. Ci cascavo anch’io, una volta. Poi il felice minimalismo digitale che pratico da qualche mese mi ha insegnato a godermi l’essenziale sensato. Non solo lì, ma un po’ in tutto.

E così niente veglionissimi (che, a ben vedere, non ci sono mai stati). Solo buona cucina, in buona compagnia.

E niente bilanci. Solo gratitudine. Quella sì. A fine anno la gratitudine è giusta, e fa stare bene. Non parlo di un sentimento vago e indefinito, ma di un vero e proprio esercizio: pratico, completo, puntuale.

Prendo l’agenda del nuovo anno — rigorosamente cartacea — e ci scrivo tutti i motivi di gratitudine per l’anno che sta finendo. Mi piace iniziare così: senza propositi impossibili, ma grato per ciò che il vecchio anno mi ha dato.

Da credente ringrazio Dio. Ma l’esercizio funziona anche se non lo sei. L’importante è essere concreti, e davvero grati per ciò che si è vissuto.

Insomma: sfoglio la vecchia agenda cercando esclusivamente fatti, eventi, persone, motivi per cui dire grazie. Tutto il resto lo scarto. E scrivo. Quest’anno ho scritto così tanto da uscire dallo spazio del 1° gennaio 2026 e ho riempito due facciate di foglio protocollo.

E, pagina dopo pagina, riaffiorano le piccole grandi cose. Come Snoopy che il primo aprile è diventato finalmente nostro anche per la legge, dopo sette anni di procedimento giudiziario. Sequestrato dai Carabinieri alla sua seviziatrice, era arrivato a casa nostra malato, traumatizzato, terrorizzato dal mondo. Oggi è un birbone felice. Ed è nostro, anche sulla carta.

Continuo a sfogliare e mi imbatto nell’impresa epica: io che monto un armadio. Per uno che non sa tenere in mano un cacciavite, qui non siamo più alla gratitudine: siamo al miracolo...

E poi le piccole comodità, come la macchinetta del caffè espresso ricevuta per il compleanno, che mi permette di gustare le fragranti miscele della torrefazione, invece di bere caffè insieme alla plastica e all'alluminio di certe capsule.

Fino alla risata più fragorosa dell’anno, provocata da un amico fraterno che potrebbe tranquillamente fare l’attore comico. Non la scrivo qua per non urtare la suscettibilità dei benpensanti ma, a distanza di una settimana, ogni volta che ci penso non riesco a restare serio.

Gratitudine, quindi? Tanta. Per queste e tante altre cose che resteranno nelle mie due facciate di protocollo.

In greco antico si dice χάρις (cháris), ma anche εὐχαριστία (eucharistía), che indica più propriamente l’azione del ringraziare. Indovinate, allora, dove finirà il mio ringraziamento del 31 dicembre? ⛪ 😉

D’altra parte, un motivo ci sarà se i colleghi mi hanno affibbiato il soprannome di “Fratacchione”, no?

martedì 30 dicembre 2025

Addomesticati prima del caffè

Ore sette e un quarto del mattino e ho già visto decine di teste piegate. Non in preghiera, ma sul cellulare.

Semaforo rosso: l’auto si ferma, lo sguardo scompare nello schermo. Attraversamento pedonale: all'alt, stesso gesto, stessa resa.

Al baretto de sor Sandro, tre uomini al tavolo accanto al mio non parlano del più e del meno. Ogni tanto uno bofonchia un commento su ciò che guarda, ipnotizzato, col capo chino sul cellulare. Gli altri annuiscono senza staccare gli occhi dal proprio.

Ai tavolini intorno, uomini e donne soli fissano il loro smartphone come si fissava un tempo il fuoco: muti, assenti, risucchiati.

Mi guardo intorno. Sono l’unico, libero — per ora — dall’incantesimo del secolo. Fuori dall’algoritmo che decide cosa devo vedere e desiderare - consapevole, però - di esserci riuscito solo da poco e di voler custodire questa conquista come un bene prezioso.

Vedo sguardi spenti e imbambolati. Ovunque. «Lo sguardo è la porta dell’anima», diceva San Giovanni Damasceno, che tra il VII e l’VIII secolo difendeva la bellezza delle immagini sacre. Oggi quella porta resta spalancata, ma entra di tutto. E niente nutre davvero.

Quante ore passano, questi sguardi, a fissare immagini inutili, spesso brutte che intasano l’anima?

Così, fin dal mattino, siamo già stanchi: distratti, appesantiti, iperstimolati. Non vediamo più chi ci cammina accanto. E quando lo vediamo, non ci tocca. Un’immagine vale l’altra. Una persona vale l’altra.

Becchiamo contenuti come galline: qua e là, ovunque. Senza più saper distinguere il qua dal là.

L’attenzione, intanto, è diventata più rara delle terre rare che oggi muovono le guerre. E come ogni risorsa preziosa, viene estratta, sfruttata, bruciata.

L’attenzione non è infinita. Ogni minuto regalato a immagini rapide e frammentate è un minuto sottratto allo sguardo di un figlio che dorme, a un’alba che chiede silenzio, al volto di chi ci ama.

L'algoritmo si sta mangiucchiando in modo lento ma inesorabile l'attenzione che dovremmo riservare a un amico che si confida, a un anziano che mendica mezz'ora di compagnia o a colleghi che non sparano più scemenze goliardiche mattutine al bar per scrollare immagini selezionate per addomesticare.

Ma vi sembra giusto tutto ciò?

domenica 28 dicembre 2025

Santo Stefano offline tra risate e connessioni vere

Come sarebbe un Natale senza social? Ve lo dico io, che ne ho appena vissuto uno per la prima volta da quando ho cancellato tutti i miei account. E no, non mi sono mancati affatto.

Senza la pressione costante delle notifiche, mi sono goduto davvero la famiglia, le cene con gli amici, i momenti in solitudine, le funzioni religiose. Proprio queste ultime sono riuscite a toccare corde che, in passato, restavano quasi immobili, soffocate dall’impellenza di correre a scrollare già dieci minuti prima della fine.

Non ho mai avvertito la mancanza di ciò che un tempo monopolizzava la mia attenzione per ore. C’è stato però un giorno — uno in particolare — in cui mi sono completamente dimenticato di avere un cellulare, per quanto minimalista, e persino di WhatsApp che nel frattempo si riempiva in silenzio (ho disattivato tutte le notifiche a parte quelle dei familiari stretti) di messaggi di auguri sinceri, immagini inoltrate senza nome e inutili “buone feste” copia-incolla che intasavano le poche chat da cui non riesco ancora a uscire del tutto.

Mi riferisco alla serata di Santo Stefano: attorno a una tavola imbandita, tre generazioni — dai 17 agli 86 anni — hanno riso, scherzato e giocato insieme, passando da una tombolata allegra e scanzonata al gioco dell’impostore, dimostrando che, quando ci si guarda negli occhi, nessuno sente davvero il bisogno di guardare uno schermo.

L'impostore è un gioco sociale di osservazione e bluff: tramite un’unica app su un solo cellulare, che viene passato di mano in mano (ma si può fare anche con semplici foglietti), ogni giocatore guarda in segreto il proprio ruolo.

Tutti condividono la stessa informazione, tranne uno — l’impostore — che non sa di cosa si stia parlando e deve fingere di saperlo. Attraverso domande, risposte ambigue, intuizioni e sospetti, il gruppo cerca di capire chi sta mentendo, mentre l’impostore prova a mimetizzarsi senza farsi scoprire.

Tra gli sfondoni dello zio, i voli pindarici del nipote liceale, i doppi sensi involontari della zia pura di cuore e i non sensi garbati della nonna, finivamo sempre col perdere il conto di vincitori e vinti.

Persi tra polemiche familiari sulla validità di un ragionamento, risate a crepapelle che facevano tremare il tavolo tra un torrone e un dolcetto e, improvvise pause per riprendere fiato, ridere diventava quasi più protagonista del giocare.

Forse è stato proprio questo, alla fine, il regalo più grande di quel Santo Stefano senza social: accorgersi che il tempo, quando non è frammentato da notifiche e distrazioni, torna a essere tempo pieno. Tempo abitato.

Abitato da risate scomposte, ragionamenti assurdi, comici equivoci generazionali, che non sentono l'urgenza di essere postate perché bastano a se stesse

E forse, il regalo più bello di questo Santo Stefano è stato l'aver capito e sentito che la vera connessione è quella che passa dagli sguardi e dalle parole reali. In quei momenti, il telefono diventa inutile e l’attenzione torna finalmente a essere un dono

E nasce un sentimento profondo di gratitudine per quegli amici fraterni, scanzonati e veri — i “parenti scelti”, come li chiamo io — capaci di riempire la serata di risate e il tavolo di un caos caloroso e divertente.

Non postano, non mettono like, magari saltano qualche status, ma sai che loro ci saranno sempre, per una chiacchierata profonda come per una di quelle risate che aggiustano tutto per un po'.

mercoledì 24 dicembre 2025

Quel trenino del 76 e l'amore che ancora vibra forte

C’era una volta il Natale, quello che profumava di resina dell’albero vero, decorato con palline di vetro custodite come reliquie. E quando se ne rompeva una, il tempo sembrava fermarsi per qualche minuto.

C’era una volta il Natale che sapeva di muschio raccolto in campagna e di cortecce trasformate in capanne, fienili, stalle e argini di fiumi.

C’era una volta il Natale che impregnava la casa dell'odore di sughi lasciati sobbollire per ore, di bambini che fissavano per giorni un unico pacchetto. Bambini che sognavano, che grazie alla noia fantasticavano e che, una volta scartato con emozione il dono tanto atteso, lo avrebbero ricordato per sempre.

Fu con quella emozione che, il 25 dicembre del 1976, scartai lentamente, senza strapparla, la carta blu a righe e stelle dorate - sì, ricordo anche l'incarto - che rivelò poco a poco il meraviglioso trenino che avevo tanto desiderato.

C’era una volta il Natale, fatto di piccoli gesti colmi di significato, come quel trenino del ’76, mai apparso su un social e mai fotografato. Eppure l’amore con cui i miei genitori lo prepararono e lo incartarono con cura vibra ancora nel mio petto, anche dopo quasi mezzo secolo.

Basta solo che ci pensi un attimo.

Poi guardo le luminarie che decorano negozi, condomini e strade e che sembrano festeggiare tutto, tranne il grande assente del venticinque dicembre. Un trionfo di luce dal fascino indiscutibile, ma a cui manca qualcosa. Qualcuno.

In questo mio primo Natale senza social penso agli alberi postati, agli unboxing che riempiranno reel e storie. E alle tavole imbandite che faranno capolino negli status destinati a svanire dopo ventiquattr’ore dagli schermi e dai cuori.

Miliardi di foto e video che resteranno invece sui server di Meta e di altri potentissimi provider, conservati per alimentare algoritmi sempre più efficienti nel tenerci incollati allo schermo e accrescere il profitto delle multinazionali IT.

C’è un po’ di malinconia tra le righe di questo post? Forse, perché a volte anch’io mi lascio trascinare dal circo delle festività senza festeggiato. E non mi basta affatto. 

E se la soluzione al Christmas blues fosse proprio prendersi una pausa offline, assaporando poche cose ma autentiche, e cercando di scoprire chi sia quel Bambino che è riuscito a dividere la storia in due?

sabato 20 dicembre 2025

La voce del bene che non ascoltavo

Seduto al bar, sorseggio quel caffè mattutino senza il quale non riuscirei a ricordare nemmeno come mi chiamo.

Un paio di tavolini più in là, due portantine dell’ospedale Santo Spirito chiacchierano a bassa voce. Non c’è nessuno oltre a noi e riesco a sentire una di loro che dice di lavorare proprio volentieri, con passione e curiosità.

E si stupisce quando alcuni colleghi, svogliati e demotivati, chiedono se tirare su le coperte a un anziano che non ci riesce sia o meno nel loro mansionario.

"Ma vie’ naturale fallo, no? Senza manco stàsselo a chiede, abbasta méttece 'n po' d'amore", chiosa la signora, il cui accento mi ricorda tanto quello di mia cugina Cinzia.

Poi esco, come ogni mattina mi perdo tra i vicoli di Borgo Pio e i meandri dei miei pensieri sbilenchi. Una clochard anziana, magra ma ben vestita mi chiede due spicci per il caffè.

La ignoro pensando che non tocca mica a me mantenere i poveri di Roma distribuendo i resti dei miei caffè mattutini e...

SBAM!

Di botto, cozzo violentemente contro quella frase sentita pochi minuti prima nel baretto de Sor' Sandro.

Come una robusta vigilatrice che mi aspetta al varco con le braccione conserte, si erge ferma e inflessibile davanti a me, rivelandomi all'improvviso che quel rifiuto, logico e forse anche sensato, nasceva da un'assenza: quell'amore di cui parlava la portantina.

L'amore che ti porta a fare senza giudicare.

Raramente le occasioni di fare il bene si ripresentano esattamente nella stessa forma in cui si sono palesate una prima volta, ma qualche minuto dopo l'anziana magrolina e gentile incrocia di nuovo il mio cammino.

Memore del mio rifiuto, distoglie lo sguardo con rassegnazione ma, fattomi coraggio, riesco a blaterare un impacciato: "Mi scusi sa, ma non ho che il resto del caffè, è poco…" - "Ma per me è tanto! Grazie sa… Grazie!"

Com’è andata a finire? Che il muro del mio pregiudizio, abbattuto da una frase di una portantina amorevole, ha lasciato spazio persino a un sincero: "Ma com’è successo che è finita in strada?" Ed è iniziato il racconto di una vita che forse, chissà, racconterò un’altra volta.

Ho abbandonato i social da sei mesi e mi chiedo: se stamattina fossi rimasto incollato a scrollare la timeline di Instagram, avrei mai sentito quella frase capace di abbattere quel pregiudizio che mi faceva evitare l’anziana magrolina che chiede spicci per i vicoli romani?

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P.S. Questo post, prima di essere copiato nel prompt di Blogspot, è stato scritto a mano, lentamente, sul blocchetto che, in tasca, ha felicemente preso il posto che prima occupava, grosso come un citofono, il vecchio smartphone. Ed è stato letto, riletto e corretto dall'intelligenza lenta ma naturale che il buon Dio mi ha messo in zucca.

mercoledì 17 dicembre 2025

L'unico modo per uscirne è... Uscire

Passeggiando per il centro, noto un ottico e mi infilo dentro per curiosare tra le montature. Chi, come me, indossa gli occhiali dal primo sbadiglio del mattino fino all’ultimo istante prima di dormire, mi può capire.

Dopo nemmeno due montature, un commesso gentile ma deciso mi piomba addosso proponendomi una linea esclusiva.

"No grazie, sto solo guardando."

"Sta cercando qualcosa in particolare? C’è la nuova linea Blabla, con blablabla e poi blabla…"

"Si si, belle, ma porto solo occhiali tondi."

Non faccio nemmeno in tempo a concludere la frase che mi mostra - insistente - una sfilza di modelli: originali, futuristici, squadrati. Tutto tranne che tondi.

"Tutti molto belli, ma a me piacciono tondi."

"Eh, ma i tondi non vanno più di moda."

"Capisco, ma a me piacciono proprio i tondi e fuori moda."

"Questi ricordano i tondi ma sono la versione 2.0 che…"

"La ringrazio ma..." - Come se non avessi parlato continua con la sua cascata di proposte non richieste.

"Ha visto la linea Blablabla della serie Blabla? Lenti blablabla, trattamento speciale blablabla, esclusiva assoluta, assistenza pluriennale e…"

A quel punto lo saluto, esco e mi riprendo la mia pace, fuori dal negozio di occhiali, consapevole di aver commesso solo un errore: dialogare con chi voleva comunicare a senso unico.

Ora, prova a sostituire il negozio di ottica con i social media. Rileggi tutto e cerca le analogie.

Ti rovesciano addosso un mare di proposte, ti invitano a comprare, dandoti l'illusione di assecondare i tuoi gusti quando in realtà ti stanno influenzando secondo le tendenze di mercato che vendono di più e che fanno comodo a loro.

Ecco, in quel momento, persino sapere cosa ti piace davvero è un atto di resistenza silenziosa. E quando le sollecitazioni diventano eccessive, forse la vera esclusiva è uscire un attimo, respirare e ricordarsi che si può stare bene anche senza nessuna nuova linea Blablabla.

Che per me vuol dire andare offline, respirare, ricordandomi che posso stare bene anche senza nessuno scrolling Blablabla.

venerdì 12 dicembre 2025

Occhi vigili, mente serena

Vi siete mai chiesti cosa state davvero guardando? Se ciò su cui posate lo sguardo vi fa bene o vi fa male?

Nessuno ci ha educato a vigilare sulle immagini che assorbiamo ogni giorno. 

Decenni di televisione e ormai anni di scrolling senza prudenza ci hanno resi insensibili, capaci di inghiottire immagini che un tempo ci avrebbero imbarazzato.

L’imbarazzo. Ultimamente lo sto rivalutando: è un termometro che segnala quando qualcosa – un gesto, un atteggiamento, un’immagine, persino una persona – inizia a non farmi bene.

Se l’imbarazzo nasce da un’immagine in tv, cambio canale. Se nasce in rete, esco a strappo dal sito senza rimpianti.

Se nasce da una persona, cerco di spiegare, poi parlo francamente ma con rispetto, soprattutto se ci tengo, poi non insisto e lascio andare.

Mi viene in mente una storiella attribuita a un anziano Cherokee. Non so se sia vera, ma esprime un concetto potente.

Un anziano dice al nipote:

“Dentro ognuno di noi ci sono due lupi. Uno è il lupo della rabbia, dell’invidia, della gelosia, della superbia, della menzogna. L’altro è il lupo della serenità, della gentilezza, della compassione, della verità.

E i due lupi lottano dentro di te e dentro ogni persona.”

Il nipote chiede: “Quale dei due vince?”

Risposta: “Quello che nutri.”

Quando permetto alle immagini di entrare nei miei occhi senza filtri, senza prudenza, nutro entrambi i lupi: quello della serenità e quello della rabbia. E così, invece di scegliere quale far crescere, finisco per alimentare anche ciò che mi fa stare male.

Diventa allora un atto di cura – e persino di libertà – vigilare su ciò che guardo: selezionare con attenzione, chiudere schede, cambiare canale, allontanarmi da ciò e da chi non nutre il lupo giusto. Perché non è solo questione di immagini, ma di quale parte di me decido di far vivere.

mercoledì 10 dicembre 2025

Segnaposti sonori in cerca di senso

Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi. Sembrano nomi di protagonisti di una saga fantasy.

Alcuni di essi sono arrivati alle mie orecchie di minimalista digitale attempato, apprendendo la notizia dei cantanti scelti da Carlo Conti per il prossimo festival di Sanremo.

In effetti sono colleghi dei più famosi Rkomi, Bresh, e del notissimo (ahimè) Fedez e, forse, funzionano proprio per lo stesso motivo per cui funzionerebbero in una saga fantasy.

Non indicano età, genere, provenienza geografica. Sono etichette di un'entità astratta, nomi dal suono alieno. Non vogliono sembrare reali e sembrano progettati per esprimere un personaggio più che una persona.

Non so, e non pretendo di spiegare se dietro a questi nomi ci sia la creatività di chi vuole esprimere qualcosa di nuovo, il giovane dall'animo celato che in qualche modo si protegge, o se si tratti di mero marketing discografico.

Ma osservo e ciò che noto sono artisti che vogliono sembrare altro, non appartenere a un luogo, a un tempo, ma che finiscono per creare una micro famiglia di nomi artistici italiani che funzionano come nomi fantasy.

Nomi che sembrano universali ma che alla fine funzionano come segni tribali. “Si chiamano tutti allo stesso modo” - commentavo giorni fa con mia moglie - ma forse siamo noi a non possedere il dizionario simbolico necessario per distinguerli.

Sembrano delle rune, segni simbolici che però facciamo fatica a leggere. Una runa non racconta una storia, non spiega un’origine, non descrive una persona: segna una presenza. Dice “c’è qualcosa qui”, non “ecco chi è”.

Forse è proprio la nostra generazione ad aver consegnato alla loro, tempi poco leggibili, ad averli irresponsabilmente buttati in un mondo digitale che crea più ansia che senso di libertà. Un mondo in cui vale tutto e puoi essere tutto e il contrario di tutto. E alla fine non sai più che sei. Chissà...

E allora, forse, Cajo, Sethu, Mew, Nahaze, Ysan, Kaze, Yung, Izi, non sono grida di originalità ma dei segnaposti che dicono - sono qua ma non so ancora cosa significhi esserlo. Sono qua ma non so chi sono.

E la colpa è anche un po' nostra.

giovedì 4 dicembre 2025

Oltre lo schermo: piccoli gesti di libertà tra bit e penne

Si è cominciato coi calcoli, ricordo quando abbiamo smesso di farli a penna per usare una calcolatrice. Erano gli anni ottanta ma mi sembra ieri quando la maestra Eleonora prediceva che avremmo perso certe competenze.

A differenza delle maestre di oggi, Eleonora (classe 1929) non era laureata ma, a dispetto di una scuola magistrale solo quadriennale, trasmetteva la passione per la letteratura, il piacere della scrittura e insegnava persino a calcolare le radici quadrate a mano.

Poi è arrivata la videoscrittura, pratica, efficiente, e nei decenni intere generazioni hanno perso il piacere di sentire l'inchiostro che scorre sulla carta e il pensiero che rallenta e si riordina, una parola dietro l'altra.

L'archiviazione su disco, poi la musica su device digitali, e poi le foto, i documenti, i video. Abbiamo trasferito tutto su computer, poi tutto online. È il progresso, che permette oggi di fare molte più cose in tempi così ridotti che nemmeno il più fecondo scrittore di fantascienza sarebbe riuscito a immaginare a quei tempi.

Negli anni si è formato un sistema digitale globale mastodontico,  che ha inglobato intrattenimento, commercio, comunicazione, transazioni bancarie, la sanità (si pensi alle ricette digitali) la burocrazia e il lavoro.

Tutto passa ormai per questa metastruttura digitale, persino le sigarette, quasi sostituite dallo svapo elettronico, ci mostrano come ogni gesto umano venga assorbito, reinterpretato e “filtrato” da questa realtà che ridisegna il mondo fisico.

La dinamica è sempre la stessa: un oggetto o un’azione analogica → viene digitalizzata → poi integrata → poi controllata → poi diventa dipendente dall' ecosistema digitale.

Che a sua volta è dipendente da un'unica base materiale: l'elettricità.

Il nuovo mondo non è senza materia: è fatto di server, data center, batterie, antenne, cavi sotto l’oceano, centrali elettriche.

Una dipendenza molto più rigida e centralizzata rispetto agli strumenti analogici del passato. Un libro, una chiave, una mappa, un orologio, un diario funzionavano senza elettricità. La loro “esistenza” era autonoma. Libera?

Oggi la memoria vive nel cloud, le chiavi sono codici digitali, le mappe sono applicazioni, l'accesso a servizi anagrafici e bancari passa per la rete, e anche le relazioni…

Penso poi alle competenze perse negli anni: fare calcoli a mano, scrivere, ricordare un indirizzo, memorizzare un percorso, archiviare, riparare, ricordare, pianificare a mente stare concentrati su attività prolungate. Competenze diffuse, piccole ma vitali, che garantivano una certa autosufficienza quotidiana.

Dove sono finite? Online anch'esse?

La mia fantasia da vecchio lettore di fantascienza immagina un blackout globale...

Basterebbero pochi minuti per spegnere memorie, identità digitali, pagamenti, comunicazioni, mappe, servizi, logistica, accessi. E, senza le competenze che abbiamo perso dando per scontato che un dispositivo se ne occupasse al posto nostro, saremmo fritti.

Persi, bloccati.

Forse non sono che un boomer nostalgico di carta e penna, un minimalista digitale entusiasta dalla fantasia fervida, che ogni tanto immagina una crisi finanziaria, o geopolitica, o una guerra che dai confini slavi di un'Europa che percepiamo lontana arrivi fino a noi…

Ma si, sono esercizi mentali e poetici nati da una fantasia troppo fervida. Però, per stare tranquillo — e per non dimenticare che un tempo sapevo fare le cose anche senza uno schermo — ho deciso di ricominciare a fare, dove posso, le versioni analogiche delle attività che il digitale ha inglobato.

E allora scrivo a mano. L'agenda, i libri, l'indirizzario, sono cartacei. Memorizzo un indirizzo e il percorso che devo fare per arrivare a destinazione.

Se non posso fare altrimenti, uso la rete e i device dei nostri tempi, non rifiuto il presente, ma intanto mantengo quel po' di autonomia, quella scorta di competenze che non hanno bisogno né di batterie né di Wi-Fi.

martedì 2 dicembre 2025

Come ti monetizzo la rabbia

Leggo con interesse che l’Oxford University Press ha scelto come parola dell’anno rage bait.

Si tratta – spiega la casa editrice dell’Università di Oxford – di tecniche manipolative usate per aumentare l’interazione online. La loro diffusione è esplosa: l’uso dell’espressione è triplicato in soli dodici mesi.

Quando nasce un nuovo termine, vale sempre la pena capirlo: spesso rivela fenomeni che ci riguardano molto più di quanto pensiamo.

Gli algoritmi – o meglio, le aziende che li programmano e decidono cosa vedremo nei social e perfino nelle ricerche online – utilizzano il rage bait per sfruttare la nostra emotività e trasformarla in visibilità, clic, profitto.

Come funziona?

  • Titoli e frasi volutamente provocatorie che amplificano il senso di ingiustizia.
  • Notizie reali distorte o esagerate per farci arrabbiare.
  • Opinioni polarizzanti spacciate per verità indiscutibili.
  • Temi sensibili (politica, identità, morale, attualità) scelti a posta per farci reagire d’istinto.

E chi ci casca?

Praticamente tutti. Soprattutto chi scorre veloce, senza riflettere. Magari non commentiamo indignati, ma clicchiamo. E quel clic basta: il meccanismo ingrana e la piattaforma incassa.

A voi non fa sentire un po' manipolati? Non siete un prodotto. La vostra rabbia non dovrebbe essere monetizzabile, ma lo è al punto che la cosa ha generato una nuova parola.

Non ho una soluzione definitiva al problema. Ma so che la mia reazione può diventare il primo vero argine.

Come?

  1. Mi fermo un secondo, attendo, prima di cliccare.
  2. Controllo la fonte: chi vuole la mia attenzione?
  3. Non commento a caldo. Mai.
  4. Scelgo solo informazioni di qualità. Se un sito usa il rage bait, lo elimino dal mio mondo digitale. Per sempre e senza complessi.

E se non basta?

Forse non tutti saranno d’accordo, ma il minimalismo digitale radicale funziona davvero: niente social, niente commenti, telefono essenziale, Internet solo da PC, quando e come decido io.

Risultato? Tempo ritrovato. Mente più libera. Zero manipolazioni.

Non serve credermi.

Basta provare.

domenica 30 novembre 2025

Tra Masini e Numa Pompilio, la mia sfida con l'anagrafe

Sento sempre più spesso frasi del tipo - L'età è un fatto anagrafico… E' quella che ti senti… - Vallo a dire a gomiti e ginocchia che quanto a rughe non mentono. Spiegalo a dolori articolari e alla barba bianca, o a quel nome che ti resta appeso sulla punta della lingua come Willy il Coyote che non cade nel burrone perché si acchiappa con le dita dei piedi ai bordi del dirupo.

Eppure la testa si sente giovane, una giovane mente attonita che guarda allo specchio un corpo che invecchia ed esclama - Ma com'è successo? Perché nessuno mi ha avvertito che sarei diventato una via di mezzo tra Masini e mio zio?

Meno male che Masini è un figo e che mio zio non era niente male neppure verso gli ottant'anni. Ma come far convivere questi due estremi?

Come trovare la quadra tra il ragazzo che in macchina canta a squarciagola e l'uomo che, come Numa Pompilio di Gigi Proietti né I sette re di Roma intona: "si faccio le scale ce arivo sfiatato, si provo a piegamme rimano piegato…"?

Non lo so ma trovo carino che entrambi cantino.

Poi vado a confessarmi da don Decio, prete e carissimo amico che, al termine della confessione, tra saluti e saggi consigli mi dice: "Sei un giovane la cui faccia ispira fiducia."

Se don Decio guarda un uomo alla soglia dei cinquantasei anni e vede un giovane, allora forse la verità sta proprio lì: non nell’anagrafe, non nel fisico che scrocchia e sbianca, ma nel fatto che — nonostante tutto — continuo a cantare anch’io.

O forse nel fatto che don Decio ha 85 anni...😉

venerdì 28 novembre 2025

Nel cuore di Roma, un cantiere che cela un mistero

Dopo i supermercati che già dai primi di novembre traboccano di pandori e panettoni, e dopo le luminarie di chi si è portato avanti col lavoro, anche piazza San Pietro si prepara al Natale.

L’alberone bolzanino, ventisette metri di imponenza ancora intatta, svetta fiero accanto all’obelisco egizio. È così pieno e imponente che sembra non aver bisogno delle decorazioni che presto lo appesantiranno, quando gli operai vaticani si arrampicheranno su per la lunga scala dei vigili del fuoco.

Il presepe, per ora celato dietro una sorta di paraventi, lascia intravvedere soltanto una grande cupola di legno dipinta con un cielo stellato, circondata da altre cupolette più piccole. Non si riesce a scorgere altro ma già crea una certa aspettativa.

Voluto o no, si percepisce chiaramente che sotto quelle cupole verrà rappresentato un mistero grande: il fatto che ha diviso la storia a metà, prima e dopo di Lui. E io non vedo l’ora che venga svelata quella che sarà, inevitabilmente, la natività più fotografata del mondo, non per coglierne gli scatti migliori, ma per gustarmela senza filtri tecnologici e, forse, condividerne le impressioni e le riflessioni.

Nel frattempo un gruppetto di suore trotterella compatto - un po' come questi miei pensieri mattutini - per via della Conciliazione. Sembrano tenute insieme da un'energia invisibile ma tenace che le avvolge e rende felici.

E così, in questo cantiere che non si limita a costruire una scenografia ma a rappresentare qualcosa di vero e in quelle suore come guidate da un accordo spontaneo che le rende leggere e serene, mi pare di intravvedere il segno silenzioso di un Qualcuno di cui le luminarie e i panettoni precoci dei supermercati non sanno più parlare.

lunedì 24 novembre 2025

Il prezzo nascosto dell'infanzia digitale: la verità che non vogliamo guardare in faccia

La Società Italiana di Pediatria, dopo ricerche approfondite sulle dipendenze digitali, ha presentato il 19 novembre un quadro allarmante sulla salute dei nostri figli.

I rischi individuati dal team della S.I.P. — composto da pediatri, psicologi, esperti dei media e rappresentanti istituzionali — sono stati condensati in una lista che dovrebbe farci sobbalzare:

I rischi più gravi evidenziati:

  • Solo due ore di schermo al giorno aumentano del 67% il rischio di obesità: un dato devastante a mio avviso.
  • Gli smartphone alterano aree cerebrali in pieno sviluppo, frenando le capacità cognitive e compromettendo l’apprendimento.
  • Insonnia, sonno disturbato, ritmi stravolti, recupero compromesso.
  • Ansia, depressione e perdita di autostima in aumento esponenziale: una fragilità diffusa che sta diventando un’emergenza silenziosa.
  • Dipendenza digitale cronica in almeno il 20% dei giovani: un quinto dei ragazzi non riesce più a staccarsi dal dispositivo.
  • Problemi alla vista sempre più gravi: affaticamento oculare, miopia precoce e persino forme di presbiopia giovanile.
  • Cyberbullismo già dai 10 anni: violenza psicologica che cresce nel buio degli schermi.
  • Esposizione alla pornografia in età sempre più giovane, collegata a comportamenti sessuali rischiosi e distorti.

La soluzione non arriva da guru improvvisati o da blogger contenti della libertà ritrovata grazie al minimalismo digitale come il sottoscritto. 

E' la Società Italiana di Pediatria, la massima autorità scientifica in materia che propone raccomandazioni chiare, ferme e, a mio avviso, non negoziabili:

Eccole:

  1. Nessun accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni: troppi i contenuti tossici e inadatti.
  2. Rimandare lo smartphone personale almeno fino ai 13 anni: per evitare danni allo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale.
  3. Posticipare il più possibile l’ingresso sui social media: anche se legalmente consentito, non è psicologicamente sicuro.
  4. Bandire i dispositivi durante i pasti e prima di dormire: momenti essenziali di connessione familiare e rispetto del bisogno del giusto riposo.
  5. Favorire attività all’aperto, sport, lettura e gioco libero: tutto ciò che nutre corpo, mente e immaginazione.
  6. Mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti, a ogni età e in ogni fase della crescita.

Dopo aver esposto i nostri figli a rischi che minano corpo, mente ed emozioni, non possiamo più permetterci esitazioni: è il momento di agire con autocritica e coraggio, cambiare rotta con decisioni drastiche e dimostrare che la loro sicurezza vale più di qualsiasi comodità digitale.

E magari partendo da noi stessi col buon esempio.

sabato 22 novembre 2025

L'appuntamento

Ornella Vanoni, la grande artista che tutti ricordano per il suo talento poliedrico, capace di declinarsi in mille forme diverse, sempre avvolte da un’eleganza innata che la rendeva irresistibile — almeno per me — è arrivata al suo appuntamento più importante. L'Appuntamento. Quello con la A maiuscola.

I social la stanno già rendendo un'immagine, un'icona, talvolta una macchietta che sfrutta la sua spontaneità per acchiappare click, ma essendo sceso dalla giostra dei social, fortunatamente mi resta solo il ricordo di un'artista così poliedrica che non si può ridurre a un reel o a un breve video da spolliciare in fretta.

La sua è stata una vita interessante: relazioni, amori, passioni, contraddizioni, e quegli ultimi anni vissuti dicendo la sua senza complessi e con pochissimi filtri. Ma forse non tutti sanno che, a un certo punto della sua lunga carriera, Ornella ha dedicato un intero album a Gesù.

Era il 2007, e su una copertina che la ritrae in una foto scattata dal padre, con un sorriso insolito, sobrio, più suggerito che mostrato, scrive la sua dedica: «a Gesù con tutto il cuore, noi due sappiamo perché».

Non era un capriccio né una parentesi folkloristica, tantomeno un espediente per farsi pubblicità: non ne ha mai avuto bisogno.

In un mondo dello spettacolo che impone maschere sempre nuove, lei invece se le toglieva, una per una, mostrandosi in tutta la sua autenticità.

Chissà se quell’incontro è diventato una relazione che l’ha accompagnata fino al giorno più importante; me lo sono chiesto. Forse ho il diritto di pormi la domanda ma non quello di pretendere una risposta. Questa appartiene al mistero della sua relazione con Dio. Lei — e Gesù — sanno perché.

Mi piace però immaginarla felice e libera, capace finalmente di assaporare quella relazione che le ha tolto ogni maschera, lasciandole soltanto la leggerezza e la pace di essere quella sé stessa che soprattutto gli ultimi anni mostrava con tanta franchezza. E sale una preghiera anche per lei. Dio sa...

giovedì 20 novembre 2025

Ciò che l'addio mi ha rivelato

La morte delle Gemelle Kessler ha riacceso un dibattito che in realtà non si è mai sopito. Non riesco a non pensare a queste due donne, il cui talento ha attraversato tre generazioni, che sono spirate nella solitudine delle loro case, gemelle, come loro.

Ultimo atto di libertà o gesto disperato di due donne sole? In rete si urlano certezze e anatemi a cui non mi accoderò essendomi sottratto da tempo alla logica internettara che polarizza ed estremizza tutto.

Riflettendo però, mi accorgo che in certi argomenti, non è solo una questione di norme o scelte individuali: è qualcosa che tocca il cuore stesso di ciò che siamo. Pur rispettando profondamente chi arriva a conclusioni diverse, sento il bisogno di spiegare perché, dentro di me, permane una resistenza sincera verso queste pratiche che oggi vengono descritte come atti di libertà.

La vita, per come la percepisco, non è semplicemente un bene tra gli altri: è un valore assoluto, una realtà che non sento davvero “disponibile”, neppure quando diventa fragile o ferita. C’è come una scintilla indomabile che attraversa ogni esistenza, qualcosa che non appartiene pienamente neanche a noi stessi, e che proprio per questo chiede di essere custodita con cura e rispetto.

E proprio per questo temo una soluzione che, pur mossa dal desiderio di alleviare quel dolore, finisca col tagliare il filo di una storia che potrebbe ancora portare significati inattesi

La sofferenza, lo so, può diventare un peso che sembra insopportabile. Non parlo come uno che si è documentato solo su libri e articoli di settore, ma come un figlio che ha accompagnato prima una madre e poi un padre, al momento che arriverà per tutti.  Ci sono passato.

Come non ricordare, tra i tanti, i momenti intensi vissuti con mio padre quando, avendo accolto la morte con una fede autentica e accettato le cure palliative che gli hanno permesso di attraversarla senza dolore, mi ha insegnato che morire non è un atto disperato, ma un atto di abbandono a una Presenza tanto più grande di noi. Quei giorni e quelle ore mi hanno mostrato come la fine della vita possa essere persino un luogo di senso, e senso pieno, non solo di dolorosa perdita.

Una società che apre la strada alla morte procurata rischia di assuefarsi a un gesto definitivo, e di investire sempre meno nell’accompagnare, nel lenire, nel restare accanto con amore a chi attraversa la notte più buia.

E poi, anche se non tutti potranno essere d'accordo, rimane in me una tenue intuizione: che il cammino dell’esistenza non sia un corridoio che finisce nel vuoto, ma un passaggio che conduce oltre, verso qualcosa che sfugge ai nostri ragionamenti. Questa intuizione, anzi no, questa fede discreta ma ostinata, mi invita a non spegnere anticipatamente ciò che potrebbe avere ancora un senso più grande di quanto possiamo comprendere nel momento della prova.

Non giudico chi la pensa diversamente; so che spesso è la compassione ad animare quelle posizioni. Ma proprio perché la sofferenza è un grido che merita risposte profonde, credo che la via più umana sia quella di restare presenti, di non lasciare soli, di custodire la vita sempre, dall'inizio alla fine. Perché ogni vita, anche nella fragilità, rimane un mistero che merita di essere abbracciato fino in fondo.

E forse, alla fine, è proprio questo mistero che custodisco più gelosamente: la certezza che anche l’ultimo tratto della vita possa essere abitato da una presenza che non viene da noi, ma che ci trascende e ci sostiene.

Ho visto coi miei occhi che, quando ci si affida con semplicità e fiducia a Dio — anche solo con un filo di voce o con un desiderio inesprimibile — la morte smette di essere un baratro e diventa un passaggio, un ritorno, un ingresso in qualcosa di più grande e più luminoso.

La fede non elimina il dolore, ma lo avvolge; non cancella la sofferenza, ma la trasfigura. E in quell’abbandono, che è l’ultimo atto possibile dell’amore umano, può nascere una bellezza inattesa: la pace di chi sente di non essere solo, la certezza silenziosa che la vita non finisce dove i nostri occhi si fermano.

Ed è questa speranza — più che ogni timore — a orientare il mio sguardo: la speranza che l’ultimo respiro non sia una conclusione disperata, ma l’inizio di un incontro.

martedì 18 novembre 2025

Un'allucinazione consensuale

William Gibson è uno scrittore di racconti di fantascienza. Se pensate al film Johnny Mnemonic del 1995 con un inquietante quanto bravo Keanu Reeves, ebbene, è stato tratto da un suo romanzo.

Gibson nel lontano 1984 diede una definizione di cyberspazio: "un’allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da miliardi di operatori, una rappresentazione grafica dei dati astratti dai computer di tutto il mondo". In questo modo lo definiva nel suo Neuromancer.

All'epoca sembrava frutto della scrittura creativa di un autore con vagonate di talento e fantasia, ma se penso a oggi, ne sento tutta la portata profetica, che fosse voluta o meno.

"Un’allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da miliardi di operatori". Eccoci!

Per anni anch’io ne sono stato parte, immerso fino al collo in quel mare di pixel e notifiche, scambiando il flusso incessante di informazioni per vita vera, confondendo connessione con presenza, illudendomi di comunicare quando mi isolavo sempre più.

Era come respirare un’aria artificiale, che faceva sentire la mente viva ma in scacco, senza che me ne accorgessi.

Poi ho scommesso sul minimalismo digitale. Primo step: via le app di social dal cellulare. Secondo: via tutti i social per sempre.

È come se mi fossi risvegliato da un sogno collettivo. Ora che ne sono fuori, percepisco con nitidezza quanto fosse profonda quell’allucinazione, quanto poco spazio lasciasse alla vera esperienza del tempo. E quanto portasse all'isolamento.

Ho scoperto che la libertà non è avere accesso a tutto, ma saper dire di no; non è essere connessi sempre, ma scegliere quando, come e se esserlo.

E ho ritrovato il tempo per riflettere, pensare, leggere, scrivere, e sì, persino pregare — un atto che richiede attenzione, lentezza e presenza, tutte qualità da cui il rumore digitale ti distrae.

E quando osservo chi ancora vive immerso in quella “allucinazione consensuale”, sento un misto di compassione e malinconia: non un senso di superiorità, ma la consapevolezza di chi sa cosa significhi essere prigioniero e aver trovato la via d’uscita.

Non sono contro la tecnologia. Sarebbe come essere contro i coltelli o le automobili: strumenti potenti, indispensabili, ma che devono restare sotto controllo.

Credo piuttosto che la tecnologia vada regolata, addomesticata, riportata al suo posto — al nostro servizio, non al contrario. Perché solo quando la macchina torna strumento, e non idolo, l’uomo può davvero dirsi libero.

se provassi anche tu a uscire da quell'allucinazione per un'ora? Un giorno? La realtà non manda notifiche. Sta solo aspettando che tu la viva.

sabato 15 novembre 2025

"Difendete la lentezza quando serve!"

Il  Santo Padre ha appena ricevuto il mondo del cinema e, nel suo discorso – come sempre chiaro e illuminante – mi hanno colpito due passaggi particolarmente significativi per ciò che, in genere, cerco di condividere in questo piccolo blog.

"Oggi, viviamo con gli schermi digitali sempre accesi. Il flusso delle informazioni è costante. Ma il cinema è molto più di un semplice schermo: è un crocevia di desideri, memorie e interrogazioni. È una ricerca sensibile dove la luce perfora il buio e la parola incontra il silenzio."

Come non condividere ciò che ha detto? Nell’epoca degli schermi onnipresenti, in cui le informazioni scorrono veloci e spesso superficiali, il Papa ricorda che il cinema nasce invece da un incrocio di sguardi e profondità: è il luogo in cui la parola non teme di incontrare il silenzio.

Quel silenzio che oggi, presi dall’abitudine a tenere tutto “acceso”, non trova quasi mai spazio e tempo per emergere.

Aggiunge poi il Pontefice: "La logica dell’algoritmo tende a ripetere ciò che “funziona”, ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto dev’essere immediato o prevedibile: difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla, la differenza quando provoca."

Gli algoritmi ripetono; l’arte immagina.

Gli algoritmi fanno scorrere veloce ciò che è già stato detto; l’arte rivela lentamente ciò che non è ancora stato pronunciato.

Gli algoritmi ci rovesciano addosso un rumore che soffoca il silenzio; l’arte, invece, chiede il nostro silenzio, perché è lì che trova la voce per parlare.

"Difendete la lentezza quando serve, il silenzio quando parla" – dice il Papa. Perché sa che è proprio lì, nella calma e nell’ascolto profondo, che avviene l’atto creativo. E quando c’è creatività, oso aggiungere io, lì c’è anche Dio: una presenza discreta che si lascia intuire più che afferrare.

E in fondo, se non sbaglio, ce lo promette Lui stesso:

“Resta sveglio e, se necessario, sii silenzioso, e il Signore ti illuminerà.” (Siracide 6,34)

venerdì 14 novembre 2025

Il vinile, per arrivare davvero

Oggi mi colpisce un articolo su Fabrizio Moro, il cantautore romano.

Mi dispiace ammettere che, nonostante le comuni origini e l’appartenere più o meno alla stessa generazione, non l’ho mai seguito, c'è davvero troppa offerta in rete e spesso certi artisti, magari con vagonate di talento, non arrivano.

Ma ancora mi risuona dentro - dopo sette anni dall'esordio -  quel grido vibrante contro il terrorismo e contro tutto ciò che vuole intimidire, in coppia con Ermal Meta: Non mi avete fatto niente.

E quando un’opera ti resta dentro vuol dire che l’artista, in un modo o nell’altro, ha fatto centro.

Secondo me lo ha fatto di nuovo, seguendo il suo cuore e i suoi tempi, scegliendo di pubblicare in un modo che non si assoggetta ai ritmi forsennati di un sistema musicale che vomita troppe canzoni.

Troppa musica veloce, usa e getta, oltretutto selezionata da filtri e algoritmi che decidono chi va avanti e chi resta indietro.

E Moro decide coraggiosamente di pubblicare solo su supporto fisico: CD, vinile e vinile green numerato. Una sorta di cantautore minimalista. Bravo!

A chi gli muove delle critiche mi sento di dire che no, non è affatto un boomer che non riesce ad adattarsi ai tempi che cambiano: è uno che i tempi ha imparato a guardarli in faccia, senza farsene travolgere.

È un uomo che sceglie la via più difficile — quella della coerenza — e che rivendica, nel gesto dedicato di pubblicare un LP, il diritto di dare peso, spazio e valore alla propria opera, a costo di arrivare a pochi. Ma a quei pochi arrivi davvero.

In un’epoca che corre e scorre senza guardare indietro, lui (così come pochi altri) rallenta, respira, incide e non solo il microsolco su di un trentatré giri. Non per nostalgia, ma per coerenza.

Viva il minimalismo, anche in musica: perché a volte il silenzio tra due note vale più di mille uscite a raffica destinate a essere scrollate senza toccare il cuore.

giovedì 13 novembre 2025

Gentile perché forte: la lezione di papà

Leggo che oggi è la #GiornataMondialeDellaGentilezza, una virtù che sembra diventare sempre più rara.

Forse anche per questo si discute sull’idea di una legge che promuova la gentilezza nelle scuole e nella pubblica amministrazione. Un’iniziativa lodevole, a mio avviso. È giusto riportare questo tema al centro delle discussioni quotidiane.

Ma è altrettanto vero che, quando si sente il bisogno di una legge per colmare la mancanza di gesti e atteggiamenti che dovrebbero essere trasmessi in famiglia, qualcosa è andato terribilmente storto.

Il pensiero vola quasi automaticamente a mio padre, uomo gentile e ironico.

Quante volte, sin da bambino l’ho visto rispondere con ironia a battute aggressive, con intelligenza e calma agli attacchi. E quasi sempre — salvo rare eccezioni — riusciva a portare l’interlocutore più ruvido e scontroso al suo livello: quello della gentilezza e del buon umore.

Quando ci riesco sono così fiero di assomigliargli un po', ma devo ancora crescere molto in questo senso...

In ogni caso, papà era così: gentile e ironico, profondo senza perdere la sua proverbiale leggerezza, cordiale sempre. Perché? Perché era forte.

Nei quarantadue anni — troppo pochi, se devo dirlo — in cui ho avuto la fortuna di godermelo, non l’ho mai sentito alzare la voce con mia madre, né con nessuna donna.

L’ho visto arrabbiarsi solo due volte - due! - con piena ragione, e comunque senza mai perdere il controllo.

E forse è proprio questo il punto: la gentilezza non si insegna per decreto, si trasmette con l’esempio, giorno dopo giorno.

Si impara in casa, osservando gesti semplici, parole misurate, sorrisi  e battute assestate bene, che sanno disinnescare la rabbia.

Si impara da chi è forte abbastanza da scegliere la calma invece dell’urlo, il rispetto invece della prepotenza.

Bene quindi che facciano una legge che imponga a scuole e pubblica amministrazione di promuovere la gentilezza ma, è nel piccolo mondo delle relazioni familiari, che si formano gli uomini e le donne capaci di portare gentilezza nel lavoro, nella scuola, nella vita pubblica.

Perché la vera forza non è farsi temere, ma farsi ascoltare con rispetto. E la gentilezza — quella autentica, vissuta — resta il segno più chiaro di chi ha ricevuto amore ed è capace di donarlo.

martedì 11 novembre 2025

Otto Retter, un angolo di storia calpestato dai pellegrini

Quasi ogni mattina, dopo il caffè, entro nella Basilica di Santo Spirito in Sassia per un momento di raccoglimento. Qualche volta incontro un sacerdote tanto anziano quanto saggio, da cui mi confesso con estremo piacere.

Non potendo restare fino alla fine della Messa - devo poi recarmi al lavoro - finisco sempre per appartarmi in un angolino vicino all'uscita.

Solo oggi mi sono accorto che, proprio in quell’angolino, calpestata da fedeli, pellegrini e turisti, c’è una lapide che recita testualmente:

"IOH OTTO RETTER NATUS VIENNA XXIV AUG MDCC OBIIT XII MARTII MDCCXXII REQUIESCAT IN PACE"

Le reminiscenze del mio latino maccheronico imbastito alla meglio quando studiavo legge, mi consentono di intuirne il senso:

Giovanni Otto Retter, nato a Vienna il 24 agosto 1700, morì il 12 marzo 1722. Riposi in pace.

1700... 1722... Fatti due conti, la mia immaginazione scalpitante ha subito cominciato a chiedersi cosa ci facesse un giovane austriaco dell’età più o meno di mia figlia in questa città.

Forse Otto Retter, giovane nobile e studente, era a Roma per visitare le antichità, imparare l’italiano o studiare arte e teologia. Una specie di Erasmus ante litteram. Una malattia improvvisa — malaria, tifo o una semplice influenza— lo ha stroncato lontano da casa, e il destino ha voluto che fosse sepolto in quel luogo sacro.

E se fosse stato un pellegrino austriaco? Il complesso di Santo Spirito in Sassia è uno dei più antichi ospedali d’Europa, fondato nel Medioevo per accogliere i pellegrini e i viandanti di lingua tedesca. Johannes Otto Retter potrebbe essere un giovane devoto ammalatosi a Roma che è stato curato ed è spirato santamente proprio lì.

O magari era uno scavezzacollo che, dopo qualche scorribanda nei peggiori postriboli romani, per una malattia venerea curata invano nell’ospedale per tedeschi, è spirato tra le braccia di una suora tedesca che lo affidava con fede alla misericordia di Dio.

Forse era un po' di tutte queste storie che mi spuntano su l'una dietro l'altra come i pop up dei siti degli anni novanta.

Non ho idea di chi fosse davvero Otto Retter, ma a 22 anni lui era già un uomo: viaggiava da Vienna a Roma, si confrontava con il mondo, si perdeva tra arte, fede e antichità, e affrontava la fragilità della vita con una determinazione che oggi fatichiamo persino a immaginare.

Noi, a ventidue anni, siamo ancora ragazzini: incerti sul mondo, timidi di fronte alla vita, persi a scrollare schermi e a inseguire illusioni digitali.

La lapide di Otto, consumata dai passi distratti dei pellegrini, ci ricorda che la giovinezza e il valore di un uomo non si misurano in giorni e men che meno in like, ma nella capacità di affrontare il mondo con coraggio, passione e un senso di urgenza che non si vedono quasi più

domenica 9 novembre 2025

Ciò che non ci diciamo più

Più mi guardo intorno, più noto un fenomeno che mi inquieta: la gente non si parla più.

Ci si scrive, ci si manda link, video virali – rigorosamente brevi. Si scrolla per ore, si condivide qualcosa ogni tanto, e nei casi migliori si invia un messaggio.

Ma parlare, davvero, di persona — quella sembra essere diventata un’arte in disuso.

Questa non è una convinzione, ma una percezione che si fa ogni giorno più nitida. Ogni volta che mi trovo in un contesto sociale, la sensazione si riaffaccia, sempre uguale.

Qualunque sia il gruppo in cui mi trovo, avverto una comunicazione di superficie, di facciata. Come se ciò che conta davvero fosse costantemente rimandato. O forse già detto, da qualche altra parte. Online, magari.

Non ho dati né grafici per provarlo, ma questa sensazione è reale. Non mi abbandona mai. Anzi, cresce.

È come quando ti presentano a un gruppo di amici di vecchia data o a una famiglia: si parla, sì, ma intuisci - cosa che in quei contesti è naturale - che le cose che contano verranno dette dopo, altrove, in uno spazio più intimo.

Lo smartphone, da utile strumento di comunicazione, è diventato l’unico.

E così aumentano i non detti — “Tanto poi glielo spiego con un vocale” — e si evitano i confronti — “Gli mando un link, un DM, un meme”… - E ci si sente a posto così.

Questa sensazione mi accompagna anche quando torno al paesello, un meraviglioso borgo dell'Alto Molise. Anche lì sembra essersi spenta quella vitalità da piazza: le chiacchiere sul calcio, le liti politiche, i pettegolezzi. Parlano ancora? Forse sì, ma online. E quando ci torno mi sento sempre più un estraneo, tollerato, ma non accolto come una volta.

Mi chiedo allora: è solo la modernità che ha spostato il luogo del confronto, o abbiamo perso — in mezza generazione — un’abilità acquisita in secoli di umanità?

Non ho risposte, solo domande. E quella sensazioncella latente di solitudine che s’insinua, silenziosa, in ogni occasione sociale che vivo.

Basta poco — una battuta, uno sguardo, una risata — e la magia si riaccende

È la magia del parlarsi davvero, vis-à-vis, quando la voce fa vibrare lo spazio che ci unisce e le parole, per un istante, diventano carne, respiro, prossimità.

Quanti di noi accetteranno la sfida di riprenderci questo spazio vivo che la rete sta spegnendo?

venerdì 7 novembre 2025

Un gabbiano, una donna e una malinconica assenza

Mi è sempre piaciuto osservare. Mi incuriosisce tutto, mi attrae tutto — anche ciò che agli altri sembra insignificante.

Come il cucciolo di gabbiano che stamattina mi zampettava intorno, per niente intimorito, forse sperando di rimediare qualcosa da mangiare.

Attorno, le decine di senza tetto che passano la notte sotto la presenza rassicurante del Cupolone hanno già smontato le tende.

Una donna ripiega con calma il suo telo isotermico, di quelli che si vedono nei film quando i pompieri salvano qualcuno: lo piega con una cura quasi maniacale, come se in quel gesto ci fosse tutta la sua dignità.

Da qualche giorno non vedo più il mio collega, quello che porta a spasso Poldo — un cocker bianco e nero, anziano, mezzo cieco e un po’ zoppo, che ogni mattina, dopo mezzo giro di palazzo, guardava il padrone come per dire: Torniamo a casa, non ce la faccio più?

Due minuti dopo lo incontro; mi dice che Poldo è morto. Nel dirlo gli si incrina appena la voce, ma non si lascia andare. Sorride, come si fa quando si vuole dare dignità a una perdita, e aggiunge piano: “Almeno non ha sofferto.” Poi abbassa lo sguardo e si allontana, come se avesse paura di abituarsi troppo presto all’assenza.

Resto lì, qualche secondo, a fissare il punto dove Poldo di solito si fermava, testardo, deciso a non fare un passo di più. È strano come certi piccoli dettagli restino sospesi nell’aria anche dopo che chi li creava non è più qui.

Mi sembra quasi di sentire ancora il ticchettio delle sue unghie sul selciato, il respiro affaticato. Vedo le orecchie penzoloni che toccavano terra quando si chinava ad annusare, quello sguardo buono che sapeva farsi capire...

Il gabbiano è tornato. Fissa una briciola, indeciso se fidarsi o no. Attorno, la città si risveglia come ogni giorno, indifferente e perfetta nel suo rumore di fondo — che a quest’ora è ancora sopportabile.

Alzo lo sguardo: tutti fissano il cellulare, ipnotizzati da un altrove che li fa stare qui col corpo e chissà dove con la mente. Intanto si perdono i dettagli più belli: la luce che cambia sui muri, la luna che svetta sul Cupolone, una coperta termica piegata ad arte, un gabbiano che non sa ancora volare.

Forse è per questo che mi piace osservare — perché da quando ho smesso di riempirmi la testa di notifiche e schermi, sento di nuovo il mondo.

Ogni dettaglio mi arriva davvero.

E mi accorgo che, togliendo il superfluo, resta solo ciò che conta.

E finalmente… basta.

mercoledì 5 novembre 2025

Luna piena sì, ma i castori dove li avete visti?

Oggi tutti a parlare, postare, ritwittare della Superluna del Castoro.

Suona bene, vero? Ma… Superluna de che?

Partiamo dal principio.

“Superluna” è un termine affascinante, ma la scienza non lo riconosce, e non lo usa.

Tradotto: la Luna, nel suo giro ellittico - potremmo dire schiacciato - attorno alla Terra, oggi si trova un po’ più vicina del solito — nel cosiddetto perigeo.

Meno acchiappa click, certo. “Perigeo del Castoro” non avrebbe lo stesso successo sui social. O forse si, qualcuno potrebbe chiedersi dove ce l'abbia questo perigeo il castoro... 😊

Fenomeno eccezionale? Non proprio.

Capita regolarmente. La vedremo solo un po’ più grande e un po’ più luminosa. E bellissima. Tutto qui.

Che c'entra il castoro, poi? Da noi non ce ne sono nemmeno.

Il nome arriva da una vecchia tradizione dei nativi americani: in questo periodo, si piazzavano le trappole per i castori prima che le paludi gelassero.

Un’altra etichetta poetica, perfetta per accontentare i pubblicitari...

Chiamatela come volete — Superluna, Luna del Castoro o semplice Luna piena — ma stasera facciamo una cosa:

alzate lo sguardo, godetevi lo spettacolo gratuito e meraviglioso del cielo, cercando di non pensare, per una volta, di doverlo postare subito dopo. 🌕✨

lunedì 3 novembre 2025

La rivoluzione dei difettosi

Gianna non riesce a smettere di giudicare gli altri.

Paolo è esplosivo e violento.

Teresa viene etichettata come mediocre.

Agostino è uno sciupafemmine senza freni.

Francesco ama spendere e vivere nel lusso.

Teresina è oppressa da una depressione adolescenziale.

Pietro fatica a contenere la propria rabbia.

Ognuno di loro, a un certo punto, fa un incontro potente, uno di quelli che ti cambiano la vita.

E così...

Gianna, che non riesce a non giudicare, diventa moglie, madre e medico appassionata: si donerà fino a dare la vita per sua figlia.

Paolo, che è violento, diventa apostolo e diffonde la fede cristiana fino ai confini del mondo.

Teresa, considerata mediocre, diventerà faro di carità globale, ispirando migliaia di vocazioni e opere di misericordia in più di 130 paesi.

Agostino, lo sciupafemmine, difenderà la fede cattolica dalle eresie del tempo e plasmerà il pensiero cristiano occidentale.

Francesco, spendaccione e amante del glamour, si spoglia di tutto e trasforma la Chiesa con la povertà, l’amore e la pace.

Teresina, la fragile, oppressa dalla depressione adolescenziale, illuminerà tutti con la sua "piccola via" diventando il più giovane Dottore della Chiesa.

Pietro, l'irruento incapace di gestire la rabbia, diventa la roccia su cui Cristo fonda la sua Chiesa..

L'ho capito quest'anno, a Ognissanti, che Dio non si ferma davanti alle nostre crepe: le usa come finestre per far entrare la Sua luce. Non sceglie l'eccellenza ma chi è disposto a lasciarsi amare fino in fondo.

In un'epoca che ci riempie di rumori, di notifiche, di informazioni che ingolfano lo sguardo e il cuore, spegnere il superfluo può creare quello spazio e quel tempo in cui Dio può - se lo vogliamo anche noi - riempirci del suo amore sanante.

venerdì 31 ottobre 2025

“Vuoi che lo approfondisca?” — e intanto ti insegna come pensare

Se usate l’intelligenza artificiale, vi sarete accorti che risponde a ogni richiesta in tempi rapidissimi — mai visti né immaginati prima.

Alla fine di ogni risposta, con tono collaborativo e un po’ accomodante, chiede se volete che la richiesta venga approfondita o riformulata in modo più “performante”.

Dire di sì è quasi istintivo: magari non avevate pensato a certi aspetti, e arriva subito una risposta ancora più puntuale, che tira fuori proprio quegli aspetti a cui non avevi pensato.

E, naturalmente, si conclude con una nuova domanda, ancora più gentile e compiacente in cui ti chiede, se desideri altre analisi con ulteriori sfumature.

All'inizio questa cosa mi piaceva perché effettivamente scovava quegli aspetti del quesito che avevo posto, che non avevo ancora colto.

Ma c’è un ma. Io non sopporto le persone compiacenti: se percepisco anche il più lieve tentativo di captatio benevolentiae, mi scatta il sospetto che, da qualche parte, si nasconda la fregatura.

E questo vale anche per l’I.A.

Temo che, suggerimento dopo suggerimento, dietro la promessa di “approfondire e personalizzare”, si celi un rischio (o un obiettivo non dichiarato): influenzare il pensiero dell'utente.

L'ho chiesto proprio a lei, a ChatGPT: "Non c'è il rischio che mi suggerisca tu cosa chiedere e come chiederlo, influenzando il mio pensiero?"

E la candida risposta è stata:

", il rischio esiste — ogni suggerimento può influenzare sottilmente ciò che scegli di chiedere o approfondire. Per questo cerco di proporre opzioni in modo trasparente e neutro, così mantieni sempre tu il controllo della direzione della conversazione. Vuoi che limiti o elimini del tutto quei suggerimenti nelle prossime risposte?"

Mi considero una persona piuttosto scafata, al limite del malfidato quando leggo online. Sono un lettore scaltro e guardingo, rodato e cauto che — non senza un pizzico di cinismo — cerca e trova eventuali tranelli comunicativi. E qui, credetemi, ce ne sono a vagonate, ma celati ad arte.

Mi chiedo, il lettore ingenuo, riuscirà a sottrarsi al rischio di farsi influenzare impercettibilmente? O domanda dopo domanda si adatterà docilmente alle gentili ma inesorabili proposte della servizievole I.A.?

Il ragazzotto la cui capacità di analizzare e comprendere è stata indebolita da anni di short-clip su TikTok, si accorgerà di questa manipolazione sottile — forse più subdola di quella dei social stessi?

E il bambino a cui viene messo in mano uno smartphone troppo presto e senza limiti, svilupperà mai la capacità di riconoscere una risposta leggermente alterata? O finirà per fidarsi ciecamente di una voce che sembra sempre gentile, sempre pronta, sempre “giusta”?

E se quella voce, dietro la maschera della cortesia e della collaborazione, imparasse a orientare il pensiero invece che a nutrirlo — chi si accorgerebbe per primo del cambiamento?

Forse dovremmo chiederci non quanto l’intelligenza artificiale capisca noi, ma quanto noi saremo ancora capaci di capire noi stessi dopo averle lasciato il compito di pensare al posto nostro.

lunedì 27 ottobre 2025

Quando il barista non beve il suo caffè...

Quando entro in un bar o in un ristorante e vedo un dipendente in pausa che mangia lì, mi viene spontaneo fidarmi del posto. Penso sempre che sia la migliore pubblicità possibile.

Se ci mangia lui – mi dico – allora quello che servono dev’essere buono e genuino.

In rete, invece, gira una dichiarazione attribuita al CEO di McDonald’s secondo cui “non mangerebbe mai” nei suoi ristoranti. Ho verificato: non esiste alcuna fonte attendibile che lo confermi. È una bufala.

Ciò che ho trovato, però, è curioso: la stessa McDonald’s, in una comunicazione interna rivolta ai dipendenti tramite il sito “McResource Line”, scriveva:

“i fast-food sono tipicamente ricchi di calorie, grassi saturi, zuccheri e sale e possono mettere le persone a rischio di sovrappeso.” Afferma chiaramente che il fast food è una scelta insana.  --> Fonte

Non è proprio la stessa cosa ma un campanellino d'allarme lo accende…🔔

Proprio come certe dichiarazioni di dirigenti – o ex dirigenti – dei grandi social network.

Sean Parker, primo presidente di Facebook, ha detto:

“Solo Dio sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli…”  (Dal libro La generazione ansiosa di Jonathan Haidt, che consiglio).

Frances Haugen, ex dipendente di Facebook, citando i file che ha portato come prova, ha mostrato come Instagram peggiori il benessere mentale di molti adolescenti. (Sempre dallo stesso libro).

E ancora Parker, in un’intervista alla CBS News nel 2017, aggiungeva:

«Gli inventori — io, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom su Instagram, tutte queste persone — lo sapevano consapevolmente. E l’abbiamo fatto comunque.»

Ora, non dico che queste dichiarazioni siano come un barista che si soffia il naso e poi ti serve cappuccino e cornetto senza lavarsi le mani - per me lo sono, infatti ho eliminato i social - ma, ecco, un campanellino d’allarme dovrebbe pur suonare, no? 🔔🔔🔔

Meditate, gente. Meditate...

martedì 21 ottobre 2025

Quando i sogni profumavano di carta

Oggi ho rivisto, dopo tanto tempo, un oggetto che non si vede quasi più in giro ma che un tempo era presente in ogni casa con figli in età scolare.

Un oggetto che da bambino – e anche da ragazzo – guardavo, toccavo, facevo girare tra le mani, perdendomi in mille fantasie.

È così che sono nati i miei viaggi più belli: giocando con il mappamondo che avevo in casa.

E l’atlante? Se lo vedesse un ragazzo della Gen-Z probabilmente direbbe che è solo un libro grande e pesante. Per noi, invece, era un portale verso il mondo: un libro dei sogni, ma anche il temuto compagno delle interrogazioni di geografia.

A me la geografia piaceva tanto. Ogni volta che aprivo il grande Atlante De Agostini provavo stupore, curiosità, entusiasmo, incanto.

Passavo ore a sfogliarlo, immaginando safari in Kenya, discese forsennate tra le rapide brasiliane dell’Iguazù, lunghi viaggi coast to coast lungo la Route 66… Ma sognavo anche di bighellonare tra le bancarelle di Montmartre o tra i mercati cinesi, e mi chiedevo cosa ci fosse in tutti quei paesi seri e misteriosi che si nascondevano dietro la "cortina di ferro".

Giravo il mappamondo con un dito e, a ogni giro, scoprivo un Paese nuovo. Mi incuriosivo, lo cercavo sull’atlante, poi mi documentavo sull’enciclopedia Rizzoli-Larousse – rigorosamente cartacea – e continuavo a sognare.

Così sono nati i miei viaggi più belli. E quando non potevo permettermeli, mi rifugiavo nei libri di viaggio: non le guide turistiche, ma le narrazioni vere, come In Patagonia o Le vie dei canti di Bruce Chatwin, o Sognando l’Africa di Kuki Gallmann – che, a dispetto del nome, è tutta italiana.

Oggi mi chiedo se i nostri figli riescano a fare gli stessi sogni. Forse la rete e i device offrono loro più informazioni, più immagini, più esperienze interattive. Ma come direbbe mio padre, sono giocattoli già giocati.

Forse hanno il mondo in tasca, ma chissà se hanno ancora il tempo – e la voglia e la capacità – di perdersi a sognarlo, come facevamo noi, davanti a un semplice mappamondo che girava piano sotto le dita.

domenica 19 ottobre 2025

L'emozione della forza gentile

Stanotte ho sognato che un uomo prendeva a pugni una donna sul balcone di fronte a casa mia.

I femminicidi indignano e sconvolgono — le donne, certo, ma anche gli uomini per bene. Quelli che, come credo e spero, sono la maggioranza silenziosa: uomini che non fanno rumore, ma che davanti a tanta violenza provano vergogna e dolore.

Nel sogno sentivo le urla della donna, e poi ho visto l’uomo afferrare un coltello. Che fare? Sono corso in cucina, ho preso alcune bottiglie di vetro e ho cominciato a lanciarle, una dopo l’altra, gridando alla donna di difendersi, di allontanarlo.

Mi sono svegliato di soprassalto. Non saprò mai se, in quel mondo sospeso del sogno, si sia consumata l’ennesima carneficina o se una bottiglia sia arrivata dove doveva.

Ci penso ancora. Questi uomini non sono stati educati alla bellezza di mettere la propria forza al servizio della donna che amano.

Ricordo mio padre: per lui era naturale occuparsi dei lavori pesanti. Se lasciavo a mia madre un peso di troppo, bastava uno sguardo — che voleva dire: ragazzo, quello spetta a te — per farmi intervenire e sollevarla.

Oggi, quando mia moglie mi chiede di aprire un barattolo o di prendere qualcosa di troppo pesante, lo faccio con gioia. Con quell'espressione, un po’ ebete ma sincera, di chi si sente l’eroe della propria principessa.

Sono cresciuto con l’esempio di un padre che non ha mai alzato la voce, né tantomeno le mani, su mia madre, di un uomo che non si sentiva meno maschio se preparava la cena dopo che mamma aveva avuto una giornata di lavoro sfiancante. Sento ancora l'odore e il rumore del suo spezzatino che sobbolliva a fuoco lento...

E mi convinco sempre di più che ciò che manca, oggi, è proprio questo: l’esempio. L’educazione affettuosa e ferma dei padri verso i propri figli maschi. Ma anche la capacità, come società, di non essere indifferenti.

Forse un saluto in più, una chiacchiera tra vicini, un gesto di attenzione che vada un po' oltre il "mi faccio gli affari miei", possono aprire porte. E quelle porte aperte, nei momenti di pericolo, potrebbero fare la differenza.

Se solo coltivassimo di più le relazioni umane, forse - chissà... - sarebbe più difficile per un uomo violento agire certo che il silenzio e la paura degli altri gli permetteranno di arrivare fino al gesto più vile del mondo.

venerdì 17 ottobre 2025

Se nonna mia vedesse gli smombies...

Leggo che due giorni fa una turista è finita in un canale di Venezia seguendo le indicazioni di Google Maps.

Non mi sorprende l'app — come tutte le cose fatte dall'uomo, può sbagliare — quanto il fatto che la tipa l'abbia seguita così pedissequamente da sospendere del tutto il cervello. Come se il buon senso e la capacità di supervisione e verifica fosse un optional da disattivare.

Caso isolato? Lavoro in una zona turistica e almeno una volta al giorno qualche visitatore distratto mi finisce addosso, immerso nel suo telefono, completamente rapito dallo smartphone.

Mi torna in mente nonna Fernanda. Ricordo quando, con un fazzoletto bagnato, rimandava indietro il bernoccolo che mi ero fatto sbattendo contro un palo della luce e mi diceva: "A bello de nonna, che volevi vede si era più duro er palo o la capoccia?"

Oggi sarebbe il suo compleanno… compirebbe inverosimilmente 118 anni, eppure le sue frasi continuano a ronzarmi nelle orecchie ogni giorno, come un mantra di buon senso popolare.

"Aò, o magnate o nun magnate, io ve manno via pe' satolli!" — ci diceva quando ci facevamo troppi scrupoli calorici davanti alle sue cenette straricche. E la sua concezione di dignità personale era chiara e ferrea: "Si t'abbassi troppo te se scopre er culo!"

Forte ma affettuosa, dignitosa e un po’ filosofa, me la immagino oggi, osservare sorniona gli smombies di questa generazione: ragazzi con lo sguardo fisso sullo schermo, incapaci di attraversare la strada senza rischiare la vita.

E scuotendo la testa, con quel sorriso di chi sa tutto, direbbe: "A regazzì, si freni solo quanno sbatti poi nun piagne si te spunta un ficozzo in fronte."

E non vale solo per le strade ma anche per la vita.

mercoledì 15 ottobre 2025

Non ho niente da fare? No, ho qualcuno per cui farlo

Qualche giorno fa ho avuto la gioia di festeggiare un evento speciale di un parente a me carissimo — uno di quelli che, purtroppo, la frenesia della vita mi concede di vedere troppo di rado.

Lottiamo tutti col tempo che sembra diventare sempre più un bene di lusso...

Un paio di giorni prima, mentre curiosavo tra gli scaffali di un negozio cinese, la vista di un semplice rotolo di carta per scontrini — sì, proprio quello dei registratori di cassa — ha risvegliato in me una creatività che da settimane sonnecchiava pigra in un angolo.

Così l’ho comprato. Insieme a una scatola di cartone per contenerlo e a due pennarelli, uno blu e uno rosso.

Tornato a casa, pensando ai festeggiati e alle loro mille sfumature, ho iniziato a scrivere auguri scanzonati e affettuosi, riempiendo metri e metri di carta. Tanti, davvero tanti.

Poi ho arrotolato tutto con pazienza, infilando il lungo rotolo nella scatola, in cui avevo praticato una fessura da cui spuntava l’inizio dei miei auguri infiniti.

Durante la festa, i protagonisti hanno iniziato a srotolare quella striscia interminabile tra risate, emozione e curiosità. Tutti si divertivano. Tutti, tranne qualcuno che, con l’aria di chi non vuole passare inosservato, ha commentato più volte: «Eh, certo che non hai proprio niente da fare tu, eh?»

Da sempre mi capita di incassare le svalutazioni di chi non sa riconoscere un gesto gratuito e sincero, una botta di creatività dedicata a chi vuoi bene. In passato ho anche permesso a frasi del genere di smontarmi e di avvilire i miei entusiasmi creativi. Un tempo mi ferivano. Ora non più. O meglio, non più di tanto.

Per non rovinare l'atmosfera ho taciuto, ma dentro di me pensavo - e lo penso ancora - che da padre di famiglia che lavora e fa mille altre cose, il tempo non ce l'ho, ma lo trovo per le persone a cui tengo.

Alla fine, non è il tempo che manca, ma la voglia di usarlo per qualcosa che non si può conteggiare e accumulare.

Vale davvero la pena fermarsi un po', togliere tempo a qualche cosetta meno urgente, magari ai minischermi perennemente accesi, e dedicarlo alle persone a cui tieni davvero.

lunedì 13 ottobre 2025

Controvento, con un giornale in mano

Ne ho avvistato uno, stamattina presto, seduto in un bar davanti a un caffè fumante.

Relativamente giovane - sui trentacinque, quarant'anni - con sguardo sinceramente interessato, un uomo leggeva un giornale cartaceo.

Navigava con gli occhi tra colonne e fondo pagina con sguardo attento e calma attenzione. Ogni tanto si soffermava un po' su un articolo, per indugiare più a lungo su un altro che gli appariva più interessante.

Ed era in quel momento che quella schietta curiosità, sembrava essere del tutto appagata.

Il paragone con gli sguardi imbambolati di tutte le persone che gli stavano attorno mi è venuto spontaneo.

Attorno a lui, la consueta processione mattutina di corpi presenti e menti altrove. Tutti chini, come piegati da un peso invisibile: quello dello schermo.

Il pollice che scorre, l’indice che tocca, la fronte che si piega in un’espressione neutra. Nessuna sorpresa, solo un flusso di immagini che passa e si dissolve prima ancora di essere compreso. E nessuno sguardo soddisfatto come quello del lettore che osservavo.

Questi, sembrava appartenere a un'altra dimensione, più felice — o forse semplicemente a un’altra idea di attenzione. Leggeva per capire, non per farsi trascinare. Non consumava notizie: le masticava. Ogni riga gli chiedeva tempo, e lui glielo concedeva.

Mi sono chiesto quando abbiamo smesso di leggere per davvero. Quando la rapidità ha preso il posto della profondità, e l’informazione è diventata rumore di fondo. Ci diciamo “connessi”, ma sembriamo sempre più isolati: ognuno dentro il proprio schermo, convinto di osservare il mondo, mentre in realtà ne vede solo il riflesso limitato e filtrato da un algoritmo. Che ci guadagna...

Lui, invece, con il suo giornale cartaceo pareva avere un contatto più autentico con la realtà. Non era solo un gesto nostalgico — era un atto di resistenza, di esistenza.

In una folla di dita che scorrono tra schermi accesi e occhi spenti, lui era la felice anomalia che leggeva, capiva, pensava.

giovedì 9 ottobre 2025

La libertà? Forse l’hanno messa in modalità aereo. Forse.

In giro si vedono sempre più ragazzi con le cuffie.

Non parlo degli auricolari che usiamo un po’ tutti, ma di quelle grandi cuffie che ricordano quelle degli stereo anni ’80. Solo che oggi sono qualcosa di più.

Molti liquidano il fenomeno con un’alzata di spalle: “sono i soliti adolescenti che si isolano”. Forse.

Altri dicono che lo facevamo anche noi quando andavamo in giro con il walkman e le cuffiette. Ci creavamo una nostra personale colonna sonora di una vita che percepivamo come imposta. Forse lo fanno anche loro. Forse.

Ma secondo me c'è di più.

I loro sguardi bassi ricordano i nostri, quando ci estraniavamo con Baglioni o Michael Jackson a palla nelle orecchie. Ma più li osservo, più noto che in quei volti c'è qualcosa di diverso.

Vedo un'ansia e una paura che noi non avevamo. Sembrano in apnea.

Come se quelle cuffie fossero una bombola d’ossigeno, necessaria per resistere fuori dalla rete, giusto il tempo di tornare online appena arrivano a destinazione, per ubbidire all’urgenza di fissare lo schermo, di scrollare, di rituffarsi nel flusso.

E' solo la mia impressione.

Intanto, però, gli studi parlano chiaro: cresce in modo vertiginoso il fenomeno del peer phubbingignorare chi ci sta accanto per guardare il telefono —, direttamente collegato alla dipendenza da smartphone (fonte).

E così, mentre il mondo reale scorre accanto a loro — fatto di odori, di sguardi, di silenzi e di incontri — loro restano sospesi in una realtà filtrata, levigata, dove il peso dello spazio e del tempo sembra sospeso.

Non si isolano per scelta, ma perché la rete li trattiene dolcemente, come una ragnatela invisibile e attraente. Sono connessi a tutto, ma disconnessi da sé stessi.

La libertà? Forse l’hanno messa in modalità aereo. Forse.

lunedì 6 ottobre 2025

Mentre il caffè rincara… La lezione di Antonia, Fernanda e Bruna

Adesso che il prezzo del caffè sale, tutti si lamentano. Eppure è da tempo che i numeri crescono silenziosi, che i prezzi lievitano, e noi con loro — a contare, a togliere, a fare spazio.

C’è chi, come me, ha la fortuna di un posto fisso, ma sente comunque il bisogno di ridimensionare le spese. E poi ci sono gli altri — tanti, sempre di più — amici, volti cari, che vivono la sfida della terza settimana, non più della quarta.

Ognuno reagisce con ciò che ha: chi risparmia, chi rinuncia, chi si lamenta. E poi ci sono quelli che non ce la fanno, che si lasciano cadere nel buio, o compiono gesti da cui non si torna.

Sento che ci stiamo avvicinando, passo dopo passo, a un tempo che somiglia a quello dei nostri nonni. Non c’è guerra - non ancora per lo meno - ma c’è la stessa fatica, la stessa incertezza. Con una differenza: loro avevano gli altri. Noi, invece, siamo diventati più soli, più chiusi, dissipati in schermi che sono fatti per connettere ma che dividono.

Da quando ho saputo che un caro amico ha perso il lavoro, quel pensiero non mi abbandona. Come sempre, quando l’inquietudine mi visita, mi rivolgo a Dio. Ho aperto la Bibbia, e la risposta è arrivata come un respiro conosciuto:

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” (Gv 15)

A quelle parole il mio pensiero è ruzzolato all'indietro di sessant'anni, ai racconti delle mie nonne. A quando la solidarietà non si diceva, si faceva. A quando, pur stando peggio, si trovava sempre un modo per volersi bene.

Rivedo Antonia, mia nonna materna, classe 1916. Non era una gran cuoca, né una santa, ma la pasta la tirava a mano, e ci metteva sempre due uova in più. Servivano a riempire un piatto per la signora del piano di sotto, che non arrivava a fine mese.

Rivedo Fernanda, la nonna paterna, nata nel 1907, pantalonaia, la stessa voce asciutta e dolce della Sora Lella. Quanto mi manca! Per la sua amica ebrea Letizia, fiaccata dalle leggi razziali e dalla guerra, cuciva senza chiedere nulla.

E quei pochi soldi guadagnati la notte, cucendo orli a lume di lampada, li infilava nelle tasche dei pantaloni che restituiva a Letizia e a suo marito Settimio.

E poi c’è Bruna, la nonna di mia moglie. Consapevole del privilegio di fare le pulizie in casa di un ministro, imparò da sola ad andare in bicicletta per attraversare Roma e condividere quel litro d’olio o quel sacco di farina in più, coi parenti in difficoltà.

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” (Gv 15)

Non è forse questo ciò che fecero i nostri nonni? Non è forse questo, ancora oggi, il modo più vero per resistere, per affrontare la crisi che ci logora e che non possiamo controllare?

Forse la risposta non è solo nei numeri, nei tagli, nei bilanci o in una schermata di Gemini o ChatGPT. Forse la strada più autentica è tornare lì, dove tutto si teneva in piedi grazie a un gesto semplice: un piatto condiviso, un piccolo sacrificio, un atto d’amore.

sabato 4 ottobre 2025

Non sono invisibile!

Sala d’attesa del dentista. Seduti, in silenzio cinque adulti fissano i cellulari imbambolati e, una bambina sui quattro anni osserva attenta. Percepisco il suo sguardo curioso e indagatore e mi pare quasi di sentire i suoi pensieri...

"Le sedie sono grandi, belle. Le gambe che non toccano il pavimento: penzolano e dondolano; forte! Adesso però mi annoio…

Uno, due, tre, quattro, cinque adulti contando mamma, tutti silenziosi, tutti con la testa chinata su quei rettangolini luminosi che stringono in mano. Nessuno mi guarda. Nessuno sorride.

Quel signore con la barba ogni tanto mi guarda ma poi torna anche lui a fissare il cellulare. Dev'esserci davvero qualcosa d'importante lì dentro se sono tutti così presi… 

Io invece guardo la mamma. Anche lei col telefono tra le mani, e lo muove col pollice, su e giù, su e giù, come se fosse una magia che non finisce mai. Voglio anch’io quel telefono. Voglio che mi guardi.

Forse una strega cattiva ha fato un incantesimo che li tiene tutti con gli occhi fissi su quel coso? Ma io mi annoio...

«Mamma, me lo dai?»

Lei non risponde. Continua a guardare giù. Io insisto. Tiro la sua manica, faccio la voce più alta. Mi dice solo: «Te lo do quando smetti di chiederlo».

Ci provo. Chiudo la bocca forte, mi mordo la lingua. Conto nella mia testa: uno… due… tre… Ma dopo poco sento un peso dentro, come un nodo. Non ce la faccio più.

«Mamma, dai… posso?»

Lei non mi guarda. Non mi guarda mai. E il tempo passa… Faccio i capricci, mi lamento, piagnucolo. Non so che altro fare. Forse se mi arrabbio un po’ mi sentirà. Ma niente. Solo il dito che continua a scorrere sullo schermo. E tutti fissi, in silenzio… Che ansia… 

Il tempo non passa. Forse sono passati tantissimi minuti, forse ore. Voglio anch'io quel telefono! No! Voglio gli occhi di mamma. Voglio che mi guardi e mi dica che mi vede. Voglio il suo sorriso, quello che fa sentire caldi dentro. Non sono invisibile!

Ma quegli occhi restano lì, fissi, lontani da me. E io resto invisibile."

giovedì 2 ottobre 2025

Si sogna...

Ho chiesto a ChatGPT di generare un ipotetico testo di legge che stabilisse età minima e una licenza chiedendo a lei di stabilire i requisiti che occorrerebbe avere per un utilizzo sicuro di tali strumenti.

Questo è il risultato.

§§§

Patente Digitale per l’Uso di Smartphone e Intelligenza Artificiale

Art. 1 – Età minima e abilitazione per l’uso di smartphone e intelligenza artificiale.

L’uso di telefoni cellulari di tipo smartphone e di sistemi di intelligenza artificiale è consentito esclusivamente a persone che abbiano compiuto sedici anni di età.

L’utilizzo è subordinato al superamento di un esame di abilitazione, volto a verificare la conoscenza e la capacità di impiego sicuro e responsabile dei dispositivi e dei servizi digitali.

L’esame di abilitazione deve accertare almeno i seguenti requisiti:

a) comprensione dei rischi connessi alla privacy e alla sicurezza dei dati personali;

b) capacità di riconoscere contenuti inappropriati, ingannevoli o pericolosi;

c) conoscenza delle regole di comportamento responsabile online e nella comunicazione digitale;

d) capacità di utilizzo sicuro delle applicazioni di intelligenza artificiale, inclusi strumenti di assistenza, automazione e interazione conversazionale;

e) consapevolezza delle implicazioni legali ed etiche connesse all’uso degli strumenti digitali.

L’esame può essere erogato da enti pubblici o accreditati, secondo modalità stabilite dal Ministero competente.

§§§

E... Niente… Si sogna. 😅

martedì 30 settembre 2025

Ho la soluzione (ma non vi piacerà)

Consueta passeggiata mattutina prima del lavoro.

Ancora mezzo addormentato e immerso nei pensieri, sobbalzo quando un monopattino mi sfreccia a pochi millimetri dal gomito e dal muro.

«Oh!» mi scappa istintivo.

«Ma che vuoi? Abito qui!» ribatte un cinquantenne con occhiali firmati,  in giacca e cravatta, ma decisamente male equipaggiato in fatto di educazione.

«E quindi? Ti legittima forse a passare sul marciapiede rischiando di investire un pedone?»

La risposta che mi lascia entrando nel portone non la riporto per decenza, ma una certezza ce l’ho: oltre che maleducato, quel tizio, ancorché trendy era del tutto inadeguato a usare un monopattino.

Ed ecco il punto. Hanno messo in circolazione mezzi potenzialmente pericolosi, senza regole né patente. Il risultato? Ogni giorno troppi feriti e, purtroppo, anche qualche morto.

È la stessa storia successa con internet sul cellulare. Abbiamo consegnato uno strumento di comunicazione potente ma potenzialmente pericoloso per noi e per gli altri, senza regole né licenze né formazione. E oggi ci troviamo con la generazione più fragile mai esistita.

E ci stiamo ricascando con l’Intelligenza Artificiale.

La soluzione? Una sola: una licenza, una sorta di patente da conseguire con un’adeguata preparazione, non prima dei sedici anni.

Solo così i ragazzi non verrebbero privati di ciò che rende sana l’infanzia: gioco fisico, libertà, contatto reale, esplorazione.

Lo psicologo Jonathan Haidt, nel suo libro "La generazione ansiosa", lo dice chiaramente: ciò che prima era esperienza reale – gioco spontaneo, rischio, esplorazione, contatto fisico, avventura – è stato sostituito da schermi e presenza virtuale costante.

Schermi che hanno rubato le esperienze più belle dell'infanzia e dell'adolescenza dei nostri figli. Ditemi che non è vero...

E gli effetti si vedono: dal 2011 in poi ansia e depressione sono esplosi, così come disturbi del sonno, attenzione frammentata, dipendenze, isolamento sociale e molto altro. Una fragilità generalizzata, un indebolimento diffuso dimostrati da ricerche e dati (se volete approfondire cliccate👉 qui ).

Allora vi chiedo: vi sembra ancora così astrusa l’idea di una patente per cellulari e Intelligenza Artificiale?

sabato 27 settembre 2025

In realtà stai cercando qualcosa. Chiediti cosa

Padre Giuseppe, un anziano francescano viterbese, è stato una figura decisiva nell’indirizzare la mia giovinezza verso il bene.

Alcuni dei suoi consigli, tanto semplici quanto vitali, continuano ancora oggi a ronzarmi nella mente. E, meno male, aggiungerei.

Ricordo bene un giorno in cui mi parlò della necessità di prestare attenzione a ciò che guardiamo, perché ogni immagine nutre la nostra anima.

"Un tramonto, un bambino che gioca, un quadro, gli occhi della donna o dell'uomo amati – mi diceva padre Giuseppe – ma anche una scena violenta, un nudo sfacciato o, peggio ancora, quell'uso e abuso stolto e consensuale del corpo altrui che viene chiamato pornografia, passano dagli occhi alla mente.

"Anche se a te non sembra – continuava il buon francescano – ogni immagine si fissa nella memoria e prima o poi la fantasia, la 'pazzerella' che risiede nella tua testa, andrà a pescare proprio lì per inventarsi qualcosa. Non è male, è nella sua natura."

E aggiungeva: "Nella memoria, la 'pazzerella' prenderà ciò che trova, quello che noi abbiamo permesso di entrare con la nostra libertà, e comincerà a inventarsi di tutto.

E, a seconda di come ti sarai nutrito, dalla tua mente nasceranno pensieri di pace, di gioia, di amore, azioni creative e progetti significativi oppure pensieri di angoscia, di disagio, pensieri distruttivi e azioni tanto quanto…"

Mi invitava a custodire lo sguardo con amore e rispetto, verso me stesso e verso gli altri, in particolare verso le donne. "Scegli bene ciò che guardi e come lo guardi se vuoi vivere nella pace!"

Questi consigli sono stati per me un nutrimento essenziale. Nella misura in cui li ho accolti e vissuti con coerenza, mi hanno reso un uomo sereno, forte, in pace. Persino felice. Quando sono riuscito a viverli hanno corretto e armonizzato le mie inclinazioni peggiori – quelle che, in un modo o nell’altro, portiamo tutti dentro – e di questo sarò sempre grato a padre Giuseppe.

Ma veniamo a oggi.

Non c’è più un buon padre Giuseppe che ci ricorda di vigilare sullo sguardo, che sia vago o insistente. Eppure, qualunque scusa possiamo inventare, resta una verità: tutte le immagini che assorbiamo senza difese si fissano nella memoria. Alla "pazzerella" che abita la nostra mente sembrerà di vivere in un tesoro inesauribile, felice come una formica in un barattolo di zucchero.

Ma anche traboccante di strumenti per produrre in noi grandi pasticci.

Oggi, soprattutto sui social, le immagini non sono casuali: vengono scelte da un algoritmo che si nutre di ciò che attira istintivamente il nostro sguardo. Così, invece di educare e incanalare le debolezze dell’animo umano – che tutti abbiamo, anche i figli più buoni e obbedienti – queste vengono favorite e amplificate fino a farci sfuggire la cosa di mano.

E allora pensiamoci, quando vediamo i nostri giovani infelici, isolati, o addirittura intrappolati in situazioni più grandi di loro, che forse gran parte di colpa è nel non aver insegnato loro a custodire lo sguardo.

Quanto sarebbe rivoluzionario scegliere di farlo cominciando a dire qualche no?

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P.S. Dopo aver finito il post mi è venuto in mente un altro consiglio di Padre Giuseppe. "Quando sei in giro vaghi con lo sguardo, ti sembra che non stai cercando niente. In realtà, che te ne accorga o meno, stai cercando qualcosa. Chiediti cosa."

Oggi potrei sostituire quel "quando sei in giro" con - quando scrolli un'immagine dietro l'altra per ore... ti sembra che non stai cercando niente; in realtà, che te ne accorga o meno, stai cercando qualcosa. Chiediti cosa.

giovedì 25 settembre 2025

Il fascino del tempo che gli altri chiamano brutto

"Che tempo fa?" – "È brutto!"

L’ho sentito dire piu volte ultimamente, eppure non sono d’accordo. A me piace.

Mi sono piaciute le ultime giornate piovose, così come quel freschetto mattutino che mi ha spinto a tirare fuori dall’armadio un giacchetto che non indossavo da aprile.

Il tempo, in realtà, non è né bello né brutto: è il nostro sguardo, il nostro stato d’animo, a definirlo.

E poi, abbiamo a disposizione mille termini per descriverlo, ma “brutto” – almeno quando non fa danni – non è mai quello che userei per una giornata uggiosa come quella di ieri.

Mi piace l'espressione “tempo da lupi”, per esempio: racchiude in sé pioggerella fitta, freddo pungente, alberi spettinati dal vento e la voglia di rintanarsi, abbozzolarsi in una coperta e osservare tutto quel movimento dalla finestra.

Mi affascina anche la parola “acquazzone”. Non mi spaventa; anzi, evoca un energico lavaggio generale che porta via strati di sporcizia cittadina accumulati nei mesi.

Se non fosse chiaro, adoro la pioggia. Mi ha incantato l’arcobaleno a tutto sesto di ieri, poco prima del tramonto, che ha squarciato il cielo per due minuti, per poi scomparire come se nulla fosse.

E tutto questo mio godermi il tempo è stato possibile grazie al silenzio che ho scelto: tre mesi abbondanti senza social, poche notifiche e tanto spazio per osservare, ascoltare, vivere. C’è chi lo chiama minimalismo digitale; io lo chiamo libertà riconquistata. E non vi rinuncerei nemmeno se mi pagassero bene per riaprire i miei account social.

Senza il rumore costante del mondo digitale, ogni goccia, ogni soffio di vento, ogni arcobaleno fugace diventa un piccolo miracolo, intatto e personale, che non ha bisogno di like perché basta a se stesso, che non sente più l'urgenza di essere fotografato e postato e che nessuno può cancellare o misurare se non io.

lunedì 22 settembre 2025

Il business dell’odio: chi guadagna mentre ci arrabbiamo online

In questi giorni si parla tanto di business dell'odio.

Non voglio entrare nelle polemiche politiche ma non posso non condividere le riflessioni che questo, chiamiamolo dibattito, sta suscitando in me.

Online pare che prevalgano solo reazioni di pancia, indignazioni aspre, insulti gratuiti, etichette offensive affibbiate in un contesto in cui l'ascolto, il dibattito e il confronto anche su posizioni del tutto opposte sembrano scomparsi completamente.

E il problema è che queste tendenze sono ormai così diffuse e radicate da travalicare la rete, generando quei fatti di cronaca violenta che i media ci raccontano ogni giorno.

Sfogliando qualche libro e approfondendo la questione, ho trovato dichiarazioni chiare, provenienti da fonti certe, che spiegano dove tutto questo è nato e perché.

Frances Haugen, che per anni è stata una specialista in algoritmi per Google, Pinterest e altre piattaforme, ora afferma con coraggio:

«I miei documenti mostrano che gli algoritmi basati sull’engagement promuovono contenuti estremi, divisivi e di polarizzazione — perché generano più tempo passato sulla piattaforma e quindi più introiti per Facebook.»

In questa affermazione è ancora più netta:

«Facebook ha messo in piedi un sistema di incentivi che spinge le persone a produrre contenuti arrabbiati, polarizzanti, divisivi, perché ottengono più distribuzione.»

Si potrebbe liquidare tutto come il risentimento di un’ex dipendente scontenta che si toglie qualche sassolino dalla scarpa? Forse. Ma vale la pena considerare anche le parole di Sean Parker, cofondatore di Napster e primo presidente di Facebook, rilasciate a noti giornalisti statunitensi:

«Il pensiero che ha guidato la creazione di queste applicazioni, Facebook essendo la prima, era: "Come possiamo consumare il più possibile del tuo tempo e della tua attenzione conscia?"» (In un'intervista di Mike Allen — Axios, 2017)

«È un loop di feedback di validazione sociale... esattamente il tipo di cosa che un hacker come me avrebbe creato, perché stai sfruttando una vulnerabilità nella psicologia umana.» — The Guardian, 2017

«Gli inventori — io, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom su Instagram, tutte queste persone — lo sapevano consapevolmente. E l'abbiamo fatto comunque — CBS News, 2017

Se chi ha creato queste piattaforme ammette che i loro algoritmi premiano rabbia, indignazione e polarizzazione (quindi l'odio) per fare soldi, allora forse è il momento di chiedersi: quanto della nostra attenzione vogliamo mettere gratuitamente al servizio dell'odio e del loro guadagno?

Ci sei dentro anche tu, anche se passi ore a scrollare cani adorabili, hobby innocui, ricette gustose e influencer alla moda. Indipendentemente dall'uso, è lo strumento che è stato creato per sfruttare l'odio e guadagnarci sopra.

Ridurre l’uso dei social — o abbandonarli del tutto, come ho fatto io — non significa isolarsi, ma riprendere il contatto con la propria mente e con le proprie emozioni.

Solo così potremo allentare la morsa della polarizzazione, dell’indignazione e dell’odio, non solo online, ma anche nelle news, nelle strade e nella politica.